La giustizia nel Lazio non ha finito.

Ad occhio direi che la giustizia nel Lazio non ha finito. Forse c’è qualcuno di troppo, di sicuro mancano all’appello in tanti. E forse mancheranno all’appello tutti quelli che in questi anni sapevano o immaginavano e con quel sistema si sono alleati, ci hanno finanziato campagne elettorali, manifesti abusivi, voti alle primarie e tessere false. Il PD ha bisogno che nel PD laziale e romano sia fatta la più approfondita delle pulizie. Arrivando anche negli angoli e poi ripassandoci ancora. Tutto il sistema di finanziamento elettorale parallelo va studiato a fondo. E’ un’operazione facilissima. La cosa peggiore nel Lazio non è chi è andato fuori legge, ma chi ha fatto finita di niente o, pur immaginando, non ha preso coraggiosamente le giuste e debite distanze. Quando la giustizia trionfa (sperando che non coinvolga innocenti nel mucchio) non è mai una festa ma questa giornata speriamo sia l’inizio della chiusura di un capitolo che dura da anni e va dedicato a tutte (le poche) Cassandre del Lazio.

Storia di un nonno e di un femore.

Dunque le cose sono andate più o meno così.

Mio nonno ha 86 anni e fa poco sport di solito. Abita in una grande casa con mia madre, in provincia di Roma, ereditata dai genitori e costruita negli anni della guerra.

Ieri sera, dopo tante insistenze sul tono “devi muoverti un po’” oppure “scendi in giardino a respirare un po’ di aria pulita” alla fine è sceso con la sua seggiola elettrica che dal primo piano della casa coloniale lo porta di sotto – senza aspettare che mia madre o chi per lei – lo conducessero di sotto.

Passeggiando in giardino dove lui è il dominatore totalitario si è accorto che un gatto rosso stava cercando di fare amicizia in modo un po’ troppo esagitato con la gattina bianca dagli occhi gialli che è la sua prediletta e quindi si è messo a correre (così almeno narrano le cronache) per evitare il fattaccio. Ed è caduto.

Dopo un po’ in casa se ne sono accorti e lo hanno riportato di sopra di peso. Dopo un lavoro di convincimento lo hanno convinto a chiamare l’ambulanza (perché l’infermiera che a casa conoscono era partita per non ho capito quale regione del sud dove il marito è caduto da un’impalcatura di otto metri che a raccontarlo sembra un film veltroniano) e così è finito nell’ospedale cittadino. Lo ricordo: provincia di Roma. Gli diagnosticano una frattura composta e lo appoggiano su un lettino. Quando l’ho chiamato stava bene, era arzillo e raccontava che la dottoressa dai pantaloni rossi mi somigliava molto. All’ospedale posto per lui non c’è, me ne rendo conto solo questa mattina quando lo chiamo e mi dice che sta su un lettino in una stanza piena di computer e di armadietti di farmaci.

“Ma scusa che ti hanno detto?”

“Niente. Che non c’è posto.”

“Ah.” Dico io. Allora cerco su google il centralino dell’ospedale e chiamo. Mi risponde una signora gentile alla quale spiego tutto che inoltra la mia chiamata dove risponde un signore gentile che capisce subito di che nonnetto parlo.

Ammazza che efficienza penso.

“Guardi nun se preoccupi, abbiamo mandato fax in tutti gli ospedali e il CTO ci ha risposto poco fa.”

“Ah e che dicono?”

“Devo da mandargli la lista de analisi che javemo fatto e poi loro vedono se se o pijano.”

“Ah. Ok e quindi come facciamo a sapere se lo portate al CTO?”

“Se sentimo tra due orette, signò e je lo faccio sapere.”

Ora premesso che mio nonno non aveva nessuna voglia di muoversi da lì e ad un certo punto ha anche inscenato un momento “vittima” che suonava più o meno: “Lasciatemi morire qui” e che dimostrava che lo dovremo sopportare ancora a lungo, alla fine in serata mia madre mi ha dato la notizia che nonno rientrava a casa. L’unica telefonata che ho fatto, su imput di una collega (“stai attenta che i nonni con il femore rotto non li vuole nessuno e quindi se li sbolognano da un letto all’altro….) è stata al medico di base del nonno al quale ho chiesto se almeno poteva verificare che fosse vero che i posti non c’erano.

Ora nonno sta a casa come dovrebbe stare in ospedale con tutta una serie di cose da fare.

A parte gli scherzi, una lista di cose su cui riflettere:

1) è possibile che uno si rompa alle 19 del giorno x e che alle 13 del giorno x+1 ancora non si sappia dove portarlo?

2) se alla fine è stato rimandato a casa non si poteva gestire questa cosa dall’inizio? Ti porto al Pronto Soccorso, ti faccio la lastra, certifico che puoi tornare a casa e faccio in modo di darti tutto ciò che ti serve (se puoi andare a casa spero che ti ci abbiano mandato perché puoi….non perché non hanno posto)

3) è possibile che tra ospedali del Lazio le comunicazioni avvengano ancora via fax e che non esista un sistema integrato che dà in tempo reale i posti per tipologia di reparto e le esigenze per tipologia di necessità e che magari quel sistema informatico non si aggiorni in tempo reale “matchando” le due informazioni?

4) è possibile che se l’ospedale che eventualmente ti riceve di norma ti chieda delle analisi e tu non gli mandi quell’elenco di analisi che hai fatto già alla prima richiesta?

Insomma qualcuno ci sta mettendo mano alla Sanità del Lazio a parte favorirne lo smantellamento periferico? Qualcuno sta informatizzando le comunicazioni tra strutture per rendere più veloci gli interventi su pazienti? State scrivendo un protocollo da seguire in casi non gravissimi in cui si può compensare con l’assistenza domiciliare? A parte i nonni con il femore rotto qualcuno sta misurando i tempi di accesso alle cure diagnostiche o chirurgiche nella nostra regione? Io penso che questa sia la cosa principale su cui debba lavorare la regione e non perché pesa più del 70% del bilancio, ma perché è un elemento discriminante tra una Regione che funziona e una Regione che non funziona. Sono certa che la nuova giunta ci sta pensando. Ma tranquillizzatemi.

Vince D’Alema 40-3 (per questo se ne deve andare)

Ho fatto un esercizio questa sera prima di gettarmi tra le braccia di Cleopatra.

Ho postato due post.

1) Uno in cui sfidavo D’Alema ad un uno contro uno in un collegio uninominale.

2) Uno in cui parlavo della sanità nel Lazio, raccontando una cosa gravissima.

L’ho fatto perché prima di uscire dall’ufficio ho guardato i titoli dei giornali e c’era il faccione di D’Alema che raccoglie firme di adepti per ricandidarsi. E mi sono incazzata. Mi sono incazzata perché avevo appena ascoltato la storia al punto 2 e ho pensato che siamo un Paese malato. Malato di tutto, anche di dalemite, nel bene e nel male.

Su FB il post in cui sfidavo D’Alema ha avuto circa 40 “mi piace” e una 60ina di commenti. Quello sulla sanità ha avuto 3 “mi piace”. E’ vero, a chi può mai piacere quello che racconto sulla sanità nel Lazio? A pochi. Però neanche un commento, un segno di vita, un dibattito. Poca roba. E in effetti accade sempre quando si parla di cose serie, di buon governo, di idee per migliorare il Paese. Niente sangue per gli squali.

Sono sempre dell’idea che oggi D’Alema sia il simbolo (giusto o sbagliato che sia) della politica che non ha funzionato, che ha lasciato accadere le cose al punto 2. E quindi so benissimo che adesso la rabbia del Paese o il tifo dalemasessuale sembrano cose senza senso (a uno che apre il mio blog e magari gli hanno appena mandato una cartella di Equitalia perché non riesce a pagare le tasse) e invece un senso ce l’hanno. Ma proprio davanti a questa sproporzione, uno come Massimo D’Alema dovrebbe farsi indietro, spersonalizzare la politica, mettersi a insegnare se vuole (io da lui non andrei ad imparare come si diventa statisti o come si mangia la crostata, si intenda), ma capire che adesso (ehm) basta così. Che quando stai troppo in politica poi ti viene voglia di incidere sulle banche, di piazzare troppa gente nelle partecipate, di accordarti. E’ la politica, magari capiterebbe a tutti dopo 7 mandati parlamentari. E’ proprio per questo che in politica, nei paesi moderni, si preferisce il ricambio all’esperienza. Per mantenere puliti quei rapporti, quelle relazioni con cui se fai politica ti trovi ad inciampare. Sanità compresa, per tornare al dunque, quel dunque vero di cui dobbiamo ricominciare a parlare.

Cose da non fare nel Lazio.

Per esempio.

I cittadini del Lazio non capirebbero una candidatura alla presidenza che somigli alle precedenti. Non capirebbero un giornalista Rai, non capirebbero figure troppo considerate vicine alla classe dirigente uscente. Serve una stagione totalmente nuova e responsabile. Serve competenza, ma profonda distanza da tutto ciò che è stato il centro sinistra laziale negli ultimi 20 anni.

L’onestà che mi preoccupa.

Nel Lazio ne stanno venendo fuori delle belle. Il PDL ne viene travolto in maniera eclatante. Qualcosa è venuto fuori anche per il PD.

E non è ancora finita.

Croppi, animatore del referendum RomaSimuove e cacciato da Alemanno (in effetti a destra era sprecato e solitario) ci ricorda i metodi con cui si abusa dei soldi pubblici (e non sono ancora tutti).

Per quanto mi riguarda mi preoccupano di più i consiglieri comunali e regionali onesti, anche del mio partito, che tutto vedono, tutto sanno e non dicono nulla perché il sistema si basa fondamentalmente sull’omertà di appartenenza. Soldi pubblici che finanziano progetti inesistenti, associazioni che non servono a niente, cene pantagrueliche, manifesti abusivi, troppi.

Un po’ dimissioni per favore.

Per esempio nel PDL Lazio e non solo del capogruppo, ma anche di chi sapeva. I soldi dei partiti sono sempre nostri, non loro. Sempre pubblici.

p.s. Franco Fiorito è stato votato da 30000 persone. Che mi piacerebbe vedere tutte quante in faccia, mentre si divorano cene pantagrueliche e magari chiedono e ottengono favori. Un’altra piccola lezione su cosa sono in Italia le preferenze: quasi sempre un bello scambio tra politica ed elettori.

Il caso Tidei: se le promesse non mantenute diventano bugie.

Leggo che Tidei neo eletto sindaco di Civitavecchia avrebbe rinunciato dopo soli 2 giorni dalla sua elezione a sindaco a dimettersi dall’incarico di parlamentare (del PD) dopo averlo promesso a più riprese durante la sua campagna elettorale.

Le motivazioni addotte sono che il Tribunale di Civitavecchia rischierebbe la chiusura e che, Tidei, vuole la certezza che a Civitavecchia non finisca l’eventuale discarica che sostituirà Malagrotta.

Vorrei fare un paio di riflessioni.

Alcune di forma. Lo statuto del PD (e la legge) non prevede che si possa essere parlamentare (in comuni di più di 20mila abitanti) e sindaco allo stesso tempo. Punto. Indiscutibile regola che va rispettata.

Ma i motivi per cui Tidei dovrebbe dimettersi a questo punto sono di sostanza. Primo: lo aveva promesso e non è che la questione tribunale o discarica sono cose spuntate come un fungo questa mattina. Secondo: affermare che si resta in parlamento per difendere il tribunale di Civitavecchia o impedire la discarica significa, in sostanza, dire ai cittadini che i loro diritti non vengono difesi in quanto tali, ma solo per interesse. Cioè Tidei, parlamentare di tutti, in sostanza sta lì solo per i cittadini di Civitavecchia. E questo è un principio di ingiustiza etica. Nel senso che un parlamentare dovrebbe avere a cuore tutti e bene ha fatto l’amico Sarubbi a dire che si prenderà carico lui delle cause di Civitavecchia, spero intendendo dire che si prenderà a cuore le cause di tutti i tribunali che rischiano la chiusura, come dei piccoli ospedali (cosa ancora più grave, vedi il caso di Acquapendente ai confini con il Lazio, ma chissà quanti altri in tutto il Paese).

Non mi piace questo principio leghista e campanilista tutto italiano. Ho il desiderio di una politica che non difende categorie, non difende cittadini più di altri (dobbiamo quindi pensare che i cittadini che avranno la discarica vicino casa saranno gli sfigati senza parlamentare autoctono?), ma abbiano a cuore tutto il Paese e prendano le decisioni migliori per tutti e che quando si apre una discarica (magari un giorno finalmente avremo una politica che invece le chiuderà tutte per sempre) lo faccia perché quello è il posto migliore dal punto di vista ambientale e non il luogo politico più indifeso di altri.

Tidei si dimetta e vada a fare il sindaco e contribuisca ad una rinnovata fiducia nelle istituzioni e soprattutto nella politica.

Oggi io a questa sua uscita ho solo sorriso e ho pensato che stava solo occupando 2 poltrone. E questo ha pensato tutto il Paese.

Ma a differenza di molti le stesse cose le penso anche per il consigliere regionale Moscardelli che è anche consigliere comunale a Latina, o Aurelio Lo Fazio assessore in provincia di Roma ed anche consigliere comunale ad Anzio (che dimettendosi lascerebbe il posto ad una donna nel frattempo passata nell’UDC). Tutti del PD questi maratoneti degli incarichi. Tutti sostenitori del nuovo segretario Gasbarra che speriamo faccia pesare la sua autorevolezza (e glielo chiederò alla prossima direzione regionale).

Insomma una bella rinuncia al doppio incarico di massa, nel Lazio, sarebbe opera buona per far riacquistare fiducia a tanti cittadini nella politica e nelle istituzioni, anche perché i motivi di questi doppi incarichi cominciano ad essere oscuri  a tutti.

p.s. so bene che, dimettendosi Tidei, entra in parlamento l’omofobo Mario Adinolfi. Potrei rispondere che non mi pare che Tidei si sia sprecato a difendere i gay in questa legislatura – non mi risulta almeno – ma il principio non è questo proprio per quanto detto sopra. E ha sbagliato Tidei a rispondere ad Adinolfi che detterà lui i tempi delle sue dimissioni. Si dimetta e rispetti le regole. Punto. Il mio partito, piuttosto, cominci a pensare a come evitare al prossimo giro i Calearo, le Binetti e gli Adinolfi. Guarda caso tutti omofobi, tutti usciti dal PD. Per fortuna.

Se Mosca sta in Europa…

…e io me lo sono dimenticato.

Non che io non conosca la geografia, mio padre era fissato su confini, monti e fiumi e quando viaggiavamo sulla A1 tra la Lombardia e il Lazio il viaggio era un’interrogazione serrata e continua. Mi sogno ancora l’Italia come sterminato campo di canna zucchero perché quando mi chiedeva cosa si coltivava qui o là partivo sempre dalla canna da zucchero che si coltivava nel 90% dei luoghi citati.

Comunque questo post nasce da un dibattito su twitter di questa notte.

Il post scrive: “Un incendio è in corso sul grattacielo in costruzione a Mosca che dovrebbe diventare il più alto in  Europa e riporta a questo link che porta nel link originale.

Io rispondo istintivamente: “Europa????”

E da lì si sono scatenate lezioni di geografia che mi ricordavano che Mosca è in Europa perché i confini dell’Europa ad est sono segnati dagli Urali. Buffo che il titolo del post parli di grattacielo più alto di Europa e che il pezzo originale non citi orgogliosamente quel record atteso.

Mosca sta in Europa. E’ vero. Eppure “mentalmente” (stamane ho provato a fare altri test a sorpresa) non la consideriamo Europa. Ora se avessimo parlato di fiumi e montagne nel territorio russo si restava nell’ambito della geografia e non avrei avuto quella reazione.

Ma parlare di un grattacielo e quindi di un’opera artificiale attuale, ha scatenato in me una sorta di protezionismo mentale forse anche figlio di quanto sta accadendo in queste settimane a San Pietroburgo dove come molti di voi sanno i gay sono sottoposti a fortissime discriminazioni. Una decisione che appare assolutamente coerente con il regime autoritario, monarchico e prerivoluzionario di Putin che sembra essere una delle paludi politiche in cui si inabissano i popoli non ancora immuni dall’obbedienza di massa. Stalin era uno così, tanto per capirci più simile agli zar che al compianto Lenin. Quando parliamo di Europa, forse erroneamente, ci autoconfiniamo nell’Europa dell’euro. Nell’Europa dei diritti civili dove l’Italia sembra un’eccezione più dovuta alla presenza della Chiesa che ad altri fattori. Nell’Europa insomma dove uno come Buttiglione appare un non gradito cimelio medioevale e dove la Grecia balcanica pur nella sua incapacità di somigliare a se stessa, conserva le radici del pensiero europeo come Bruno Snell (illustre filologo tedesco morto nel 1986) ci ricorda nel bellissimo libro “la cultura greca e le origini del pensiero europeo”, lettura che consiglio a tutti, anche agli europeisti 2.0 fondati sullo spread.

Insomma Mosca sta in Europa, ma anche no. O forse ci sta e basta e dobbiamo farci i conti. Qualcuno stamattina con le labbra sporche di marmellata mi ha ricordato che la Russia è anche Tolstoj, Dostoevskij e tutti quelli che mi sono letta a 16 anni invece di fare l’amore come tutti i miei coetanei. Mi ha ricordato persino che la nobiltà russa parlava francese.

Una giovane russa che conosco è di Mosca ed ha la famiglia lì. Ne parliamo spesso. Qualche giorno fa mi ha detto che se avesse votato avrebbe votato Putin. Le prime due cose che mi ha citato sono i libri gratis ai bambini nelle scuole. Ma poi mi ha raccontato la Russia. Tutto il resto. Metodi del KGB compresi. Quando le ho chiesto perché non aveva votato all’Ambasciata mi ha risposto che non le andava. Insomma un incastro maledetto tra la rassegnazione e la consapevolezza.

Insomma Mosca sta in Europa. Ora lo ricordo con terrore, come un risveglio. E mi chiedo…ma quelli che sanno che un pezzo di Russia è Europa…perché non sono saltati aria per le leggi omofobe di San Pietroburgo? Pisapia, sindaco di Milano, perché non toglie immediatamente il gemellaggio della sua città con quella città europea? Mosca sta in Europa lo sanno tutti, forse, ma nessuno se lo ricorda e nessuno ci vuol far molto caso se non per motivi geografici.

p.s. ironia della sorte da qualche settimana seguo questo blog che scrive di Europa Orientale. Dimenticarmi che Mosca era in Europa in questi giorni è una palese sindrome da struzzo. Ringraziamo Il Post per avermelo ricordato.

Primarie PD Lazio, un sogno.

Un sogno: “Chiedere che nel giro di una settimana tutti quelli che hanno doppi mandati debbano scegliere o fai l’assessore in provincia o fai il consigliere comunale (ed altri esempi), che tutti gli eletti si mettano in regola coi pagamenti, che tutti i rinviati giudizio vengano sospesi dal partito e non ricandidati. Far crescere una nuova generazione per il governo delle nostre città e della nostra regione, trasparenza di bilancio, primarie per Camera e Senato…”

Se sognate questo, domenica venite a votare per il segretario del PD Lazio e votate Giovanni Bachelet.

Intanto ad Anzio…

Intanto ad Anzio (alla faccia dell’unità) il segretario del PD locale è costretto a chiarire che si vota per la segreteria del Lazio e non per il prossimo sindaco. Perché i due baroni del luogo si stanno sfidando…ovviamente capolisti entrambi per Gasbarra. A dimostrazione che 4 liste sono sintomo gattopardiano del non cambiare nulla e di totale disunità. Bene Marta Leonori e Giovanni Bachelet che hanno una sola lista che è anche segno di indirizzo politico. p.s. dopo il 19 febbraio cercheremo anche un bravo sindaco per Anzio che certo non è un consigliere comunale all’ottavo mandato o giù di lì. Tanto per essere chiari.