Storia di un nonno e di un femore.

Dunque le cose sono andate più o meno così.

Mio nonno ha 86 anni e fa poco sport di solito. Abita in una grande casa con mia madre, in provincia di Roma, ereditata dai genitori e costruita negli anni della guerra.

Ieri sera, dopo tante insistenze sul tono “devi muoverti un po’” oppure “scendi in giardino a respirare un po’ di aria pulita” alla fine è sceso con la sua seggiola elettrica che dal primo piano della casa coloniale lo porta di sotto – senza aspettare che mia madre o chi per lei – lo conducessero di sotto.

Passeggiando in giardino dove lui è il dominatore totalitario si è accorto che un gatto rosso stava cercando di fare amicizia in modo un po’ troppo esagitato con la gattina bianca dagli occhi gialli che è la sua prediletta e quindi si è messo a correre (così almeno narrano le cronache) per evitare il fattaccio. Ed è caduto.

Dopo un po’ in casa se ne sono accorti e lo hanno riportato di sopra di peso. Dopo un lavoro di convincimento lo hanno convinto a chiamare l’ambulanza (perché l’infermiera che a casa conoscono era partita per non ho capito quale regione del sud dove il marito è caduto da un’impalcatura di otto metri che a raccontarlo sembra un film veltroniano) e così è finito nell’ospedale cittadino. Lo ricordo: provincia di Roma. Gli diagnosticano una frattura composta e lo appoggiano su un lettino. Quando l’ho chiamato stava bene, era arzillo e raccontava che la dottoressa dai pantaloni rossi mi somigliava molto. All’ospedale posto per lui non c’è, me ne rendo conto solo questa mattina quando lo chiamo e mi dice che sta su un lettino in una stanza piena di computer e di armadietti di farmaci.

“Ma scusa che ti hanno detto?”

“Niente. Che non c’è posto.”

“Ah.” Dico io. Allora cerco su google il centralino dell’ospedale e chiamo. Mi risponde una signora gentile alla quale spiego tutto che inoltra la mia chiamata dove risponde un signore gentile che capisce subito di che nonnetto parlo.

Ammazza che efficienza penso.

“Guardi nun se preoccupi, abbiamo mandato fax in tutti gli ospedali e il CTO ci ha risposto poco fa.”

“Ah e che dicono?”

“Devo da mandargli la lista de analisi che javemo fatto e poi loro vedono se se o pijano.”

“Ah. Ok e quindi come facciamo a sapere se lo portate al CTO?”

“Se sentimo tra due orette, signò e je lo faccio sapere.”

Ora premesso che mio nonno non aveva nessuna voglia di muoversi da lì e ad un certo punto ha anche inscenato un momento “vittima” che suonava più o meno: “Lasciatemi morire qui” e che dimostrava che lo dovremo sopportare ancora a lungo, alla fine in serata mia madre mi ha dato la notizia che nonno rientrava a casa. L’unica telefonata che ho fatto, su imput di una collega (“stai attenta che i nonni con il femore rotto non li vuole nessuno e quindi se li sbolognano da un letto all’altro….) è stata al medico di base del nonno al quale ho chiesto se almeno poteva verificare che fosse vero che i posti non c’erano.

Ora nonno sta a casa come dovrebbe stare in ospedale con tutta una serie di cose da fare.

A parte gli scherzi, una lista di cose su cui riflettere:

1) è possibile che uno si rompa alle 19 del giorno x e che alle 13 del giorno x+1 ancora non si sappia dove portarlo?

2) se alla fine è stato rimandato a casa non si poteva gestire questa cosa dall’inizio? Ti porto al Pronto Soccorso, ti faccio la lastra, certifico che puoi tornare a casa e faccio in modo di darti tutto ciò che ti serve (se puoi andare a casa spero che ti ci abbiano mandato perché puoi….non perché non hanno posto)

3) è possibile che tra ospedali del Lazio le comunicazioni avvengano ancora via fax e che non esista un sistema integrato che dà in tempo reale i posti per tipologia di reparto e le esigenze per tipologia di necessità e che magari quel sistema informatico non si aggiorni in tempo reale “matchando” le due informazioni?

4) è possibile che se l’ospedale che eventualmente ti riceve di norma ti chieda delle analisi e tu non gli mandi quell’elenco di analisi che hai fatto già alla prima richiesta?

Insomma qualcuno ci sta mettendo mano alla Sanità del Lazio a parte favorirne lo smantellamento periferico? Qualcuno sta informatizzando le comunicazioni tra strutture per rendere più veloci gli interventi su pazienti? State scrivendo un protocollo da seguire in casi non gravissimi in cui si può compensare con l’assistenza domiciliare? A parte i nonni con il femore rotto qualcuno sta misurando i tempi di accesso alle cure diagnostiche o chirurgiche nella nostra regione? Io penso che questa sia la cosa principale su cui debba lavorare la regione e non perché pesa più del 70% del bilancio, ma perché è un elemento discriminante tra una Regione che funziona e una Regione che non funziona. Sono certa che la nuova giunta ci sta pensando. Ma tranquillizzatemi.

Ho visto di nuovo le lucciole.

Ho visto di nuovo le lucciole ed erano centinaia, lungo una strada bianca di confine tra le Marche e l’Umbria. Sopra questo mare di lucciole poi c’era il cielo segnato dalla via Lattea. Non le vedevo da una vita, quasi due.

Ho visto come saranno adulti i miei nipotini e come sto invecchiando. Ho visto le colline trasformarsi in montagne e poi tornare dopo due gallerie.

Sono settimane strane, in cui vorrei dire tantissime cose. Sulla sentenza Cucchi, ma lo avevo già detto qui – nel 2009 – con le parole di Erri De Luca, subito. Sul presidenzialismo o semipresidenzialismo non mi pronuncio. Bisogna avere in testa una riforma complessiva non una soluzione da juke-box. Non ce ne facciamo nulla di un presidente forte in un Paese che gronda burocrazia o che non ritorna al maggioritario per togliere il sistema delle preferenze. Preferisco il maggioritario persino al comune, per evitare le gare a chi ce l’ha più lungo per chiedere poi il posto di maggior potere, di maggior stipendio, di maggior prestigio come se la politica fosse una competizione militare e non un servizio civile (e oggi che la candidata più votata del centro-sinistra a Roma è la candidata che ho votato anche io e che ho contribuito a convincere, posso dirlo senza passare per rosicona). Vorrei non dover sapere che alle 19 a Roma ha votato solo il 35% degli aventi diritto, è come una pugnalata dritta nel cuore. Vorrei non avere sentito Eugenio Scalfari dire quanto è brava e figa la sua generazione e quanto sono cretini i giovani (lo ha detto alla presentazione del libro di Veltroni nelle cui prime file c’era il gotha della politica romana e sul palco solo una donna e nessun giovane) e poi sentirgli dire che nel 1946 votò per la monarchia per paura che con la repubblica si finisse nelle mani della Chiesa.

Vorrei non assistere allo sfascio del M5S così in fretta. Lo dico io che a Grillo non ho mai creduto, nemmeno per un istante. Lo dico perché se il M5S si sfascia così in fretta il PD potrebbe smettere di andare nella direzione giusta troppo in fretta o non cominciare nemmeno a farlo.

Vorrei un sacco di cose in queste settimane e me ne sto come mi accade spesso a guardare. Vorrei che invece di calendarizzare la legge contro l’omofobia, calendarizzassimo la discussione su “Unioni Civili o Matrimonio” e i termini del dibattito fossero quelli. Non ho l’obbligo di fare comunicati stampa su tutto ciò che accade, almeno per ora. Quindi non chiedetemi di dire sempre la mia su tutto (lo dico ai 2, 3 lettori del mio blog che mi sollecitano ogni tanto), lasciate che contribuisca un po’ – in tutto questo frastuono post-elettorale – al sano silenzio di chi sta anche un po’ a guardare continuando a fare il proprio dovere al lavoro come il 99% degli italiani che hanno un lavoro. Nella mia vita da quando c’è il governo non è ancora cambiato nulla. Penso che dovremmo misurare su questo i prossimi mesi. Cosa cambia nelle nostre vite in termini di qualità della vita, di accesso ai servizi, di mobilità e soprattutto di possibilità. Quando vedrò cambiamenti potrò dire qualcosa di consistente, a meno di opinioni che non risparmierò sulla direzione che secondo me è giusta o sbagliata.

Per esempio il ritorno delle lucciole nei campi o perlomeno a riempirmi gli occhi era una cosa che valeva la pena di essere raccontata.

Riduzionismo laburistico.

Così Ruffini definisce le idee di Fassina, in un’analisi molto bella e approfondita che va letta comunque la si pensi.

(astenersi tifosi e filosofi dei paroloni, chi vuole contestare lo faccia nel merito, Ernesto risponderà personalmente)

Antipippone buonista sulla felicità ovvero sul Natale.

Questa mattina mi sono alzata e mi è venuta in mente una cosa istintiva, una specie di incisione nella scheda di memoria che mi ha riportato a quando con papà preparavamo il latte con i biscotti per il passaggio di Babbo Natale o Gesù Bambino ( a seconda se eravamo a Bergamo o a Roma), per il sostegno da dare al suo lungo viaggio.

Era facile da piccoli dare senso ad un viaggio così lungo e faticoso, tutto in una notte. La logica, crescendo, prendeva sempre più il sopravvento fino a non ritenere più credibile che potesse accadere. Dice che si chiama diventare grandi. La disillusione di quando capisci che 4 renne non possono neanche entrare nel tuo terrazzino, figurati fare il giro del mondo fermandosi casa per casa.

E quindi poi cresci e ti viene da sperare che quel latte e quei biscotti papà li rimettesse a posto per far finta che Babbo Natale li avesse mangiati e bevuti per non sprecarli.

Poi cresci e sì, banalmente, vedi anche tutto l’eccesso del Natale. Insomma il disincanto e la consapevolezza sostituiscono quell’attimo di gioia in cui a piedi nudi corri sotto l’albero a vedere la misura di quanto sei stato buono, che in realtà era la misura di quanto si potevano permettere i tuoi genitori. Nel mio caso si stava bene, ma si usava morigeratezza. Educativa, credo.

Oggi non sai cosa regalargli ai bambini, ai bambini nostri dico, non a tutti i bambini del mondo. Hanno le camere piene di giochi, non hanno la cesta dei giochi da una parte: tutta la stanza è una specie di sala giochi.

Mi sembra che prima ci fosse più fantasia. Forse c’era anche meno TV o almeno non c’era solo la TV: se scrivevo una lunga lettera a Babbo Natale chiedendo il castello di Re Artù, il suo cavallo e tutto il regno, mi arrivava una coperta di lana per l’inverno che, ovviamente, era quella del Re. Ed io ero felice. Un regalo utilissimo, la uso ancora dopo più di 30 anni. E magari il monopoli.

Un anno arrivarono il libro “La Storia Infinita” (il più bel viaggio della mia infanzia) e una bambola di colore.

Un altro anno una BMX, ma non tutta, solo una parte. Il resto da pagare a rate con la paghetta settimanale.

Non voglio attaccare un pippone buonista sulla decrescita e sul consumismo, lungi da me. Ma se vogliamo ridare senso non al Natale in se (che chi se ne frega), ma al Natale come “momento di gioia infantile” (lasciate perdere che è una festa religiosa, alla fine la festeggiano tutti, inutile negarlo), forse dobbiamo restituire il desiderio ai bambini.

Se uccidiamo il desiderio li rendiamo abituati ad avere tutto e forse questo fa male. Poi ti abitui che tutto è dovuto (sì è banale ma vedo che anche le banalità non sono scontate).

Se tutto è dovuto la fantasia dorme e non immagini più niente. Io desideravo tantissime cose e mi industriavo su come chiederle. Su come sarebbe stato averle. E poi quando ne arrivava una, ero felice. Insomma se smettiamo di regalare il desiderio ai bambini, ammazziamo la fantasia e pure la felicità.

Non è una cosa che si fa con una legge e nemmeno con una religione. Non lo so come si fa, si comincia a fare e basta. Che non significa rendere un figlio infelice perché hanno tutti la PlayStation III. C’è una via di mezzo tra fare di un figlio un disadattato e fare di un figlio un buon adulto. Non so nemmeno se è politica questa è solo un umanissimo augurio che faccio a tutti i miei nipoti veri ed acquisiti: che conservino la misura del desiderio e possano provare la felicità (da non scambiare per la cultura un po’ religiosa del senso di colpa e della privazione, che non c’entra nulla quindi non tiratela in ballo).

Due giorni fa una nonna in libreria tutta felice: “…mio nipote legge tantissimo, ha una biblioteca enorme, divora libri….” Ed era stupefatta di questa eccezionalità e io dentro di me mi sono augurata che quel bambino lo proteggano come il Panda.

Vi regalo la storia di Junus, che ha 92 anni, è nato nel 1915 ha vissuto il regime albanese, poi è venuto qui a campare di elemosina ed ora recita Amleto dal suo letto di ospedale dove implora un aiuto per andare via, e insegna ancora Storia a chi lo ascolta. L’ha raccontata Ernesto. Io l’ho ascoltata dal vivo da lui.

Le olive che hanno fatto il servizio militare.

“Numero 70”.

“Numero 71”

“Eccomi, sono il il 70.”

Supermercato vicino casa, sabato pomeriggio. Ci buttiamo lo stesso nell’ora notoriamente di punta, con tanto di traffico per girare con i carrelli che qua non è un ipermercato e lo spazio di movimento non è moltissimo. Fuori pane e olio e una bibita e animazione per bambini. Insomma un sabato normale, se non fosse che non riesco quasi mai a passarlo così e finisce che la sera mi butto in un fruttivendolo indiano per fare la spesa di prima necessità.

“Prego desidera?”

E chiedo un guanciale e del pecorino per l’amatriciana di una cena tra amici. Poi chiedo delle olive. Chiedo se quelle verdi, in fondo, sono dolci, non vedo bene.

Lei, che  non sta servendo me, ma mi aveva notato perché rovistavo nella cesta dei salumi in offerta e li avevo fatti cascare sul loro banco a pioggia, dice: “Non sono quelle verdi, sono quelle di Cecchignola.” E poi, dopo un po’, dice una frase e io capisco che lei ha fatto il servizio militare, invece dice che le olive di Cecchignola sono le olive che hanno fatto il servizio militare, insomma era una battuta.

“Come hai fatto il servizio militare?” Domando. Siamo lì, tutti in fila, le due signore che serve lei fanno le puntute a distinguere caciotte dai pecorini, io intanto mi ero distratta su altre olive.

E lei: “Magari”.

“Come magari?” Faccio io.

E mi racconta che era entrata  nei carabinieri, ma poi c’era un errore nella sua scheda e l’hanno chiamata. E però non era un errore e che quel “licenza inferiore” non stava per “superiore”, stava proprio per inferiore. E quindi niente carabinieri. Pare che il maresciallo l’abbia consolata per un’ora al telefono mentre lei piangeva a dirotto. Me lo racconta mentre incarta stracchino alle due signore che ascoltano curiose.

“Almeno questo è un lavoro sicuro…” Dico io, imbecille, e penso all’alpino ligure, 24 anni.

L’uomo che mi serve, il più storico, autorevole del banco, fa spallucce, mi guarda: “Sicuro? E’ più sicuro fare il carabiniere.”

Abbiamo un concetto di sicurezza diverso, ovviamente. Ma forse anche questa diversità è un lungo racconto della città, delle classi sociali, delle aspettative. E non c’è molto da stupirsi se quelli che muoiono nelle missioni di pace (eufemismo per assolvere coscienza da mondo occidentale) sono tutti di estrazione povera e la maggior parte del sud. Prima o poi una riflessione sul tema dovremo pure avere il coraggio di farla in modo serio. Oggi un mondo armato è un mondo diseguale. E un mondo più uguale sarà un mondo meno armato.

Torniamo a casa. Mentre sbucciamo fagiolini c’è qualcuno che spara botti come fosse capodanno, roba da migliaia di euro. Qualcuno dal palazzo popolare accanto gliele manda a dire che nemmeno fosse la sera del derby.

Il prossimo governo deve mettere mano alla disuguaglianza e alle opportunità. Non c’è altra strada se non la scuola, se non una redistribuzione della ricchezza per riportare il Paese a valori accettabili di convivenza. La rabbia che vediamo è solo di riflesso figlia dell’antipolitica. Nessuno degli italiani, nessuno davvero, ha mai pensato di avere una classe politica complessivamente onesta e incorruttibile. E’ che fino a poco tempo fa la vita era ancora sostenibile. Ora che non lo è più (basta vedere il contenuto dei carrelli della spesa alla fine del mese) l’intolleranza per l’ingiustizia ha superato i livelli di guardia. Non resta che sperare che sia un’opportunità e non un rischio.

 

 

Intanto a Roma.

Abbiamo capito tutti che nei caminetti del PD romano si sta lavorando tra le solite eminenze grigie per fare saltare le primarie a sindaco di Roma e ungere il candidato destinato da mesi.

Scordatevelo.

Se non si fanno le primarie non è detto che tutto il PD voti il candidato “calato” dall’alto.

Magari le primarie le facciamo direttamente alle urne.

A proposito di….tutto.