Perchè non moriremo democristiani.

dc4Racconta mia madre che quando ero piccola e in TV si nominava la Democrazia Cristiana io mi avvicinavo con il dito puntato verso lo schermo dicendo: “Ma questi che vogliono da me?”. Sono cresciuta in una famiglia per la maggior parte cattolica che aveva avuto negli anni 50 e 60 difficoltà a spiegare il perché e il come mai i parenti di un pericolosissimo dirigente del PCI andassero a Messa, una famiglia molto probabilmente simile a tante altre che votavano PCI e andavano a messa senza che questo fosse un problema. Quando morì Mario Alicata nel 1966, che pure si professava ateo, alcuni frati incisero un disco per lui, e questo raccontava di un dialogo sommerso che superficialmente sembrava non esistere. Mio padre, molto dopo del 1966, a dire il vero si mise ad un certo punto a votare il PSI di Pertini e smise con l’arrivo di Craxi che ha sempre detestato.

Oggi mi fanno sorridere i post, gli stati di FB che “Sì, poteva andare peggio di Mattarella, ma siamo sempre lì, ahimé, moriremo democristiani.”

Sulla DC c’è un sacco di confusione (anche sul PCI se è per questo). Perché se mai c’è stato in Italia un partito della nazione quello fu la DC dove convivevano ex fascisti (nel senso di gente che durante il fascismo era stata fascista e che alla fine del fascismo si reintegrò nel sistema) e gente che aveva fatto la resistenza.

Il momento storico non consentiva alcuna dialettica. Da una parte il MSI, dall’altra il PCI, la guerra fredda e tutto quello che sappiamo. La caduta del Muro di Berlino non ha comportato solo l’ammissione (a volte obtorto collo) dei blocchi di sinistra occidentali della propria identità più socialdemocratica che comunista, ma ha sgretolato anche l’esigenza di un partito della nazione che facesse da “muro” al comunismo filosovietico. Ma questo la DC e il PCI di Moro e Berlinguer lo avevano già in pancia. Lo avevano già in pancia anche la DC di Mattarella (nel senso di Piersanti) e il PCI di La Torre. La mafia, la legalità, la guerra alla corruzione erano una questione non ideologica, non di parte, ma degli onesti. C’è stata una parte della DC siciliana collusa con la mafia e una parte no. Dire Mattarella e pensare Andreotti è un errore storico. E non è un caso che Buttiglione andò con Berlusconi e Mattarella fondò l’Ulivo. Come sarebbe da stupidi non notare che la cultura comunista ha portato spesso i dirigenti PCI e PDS e DS (e di quelli del PD provenienti da lì) a fare scelte reazionarie, mentre gli ex DC forse perché provenivano da una cultura più liquida hanno a volte stupito per flessibilità (vedere alla voce divorzio per esempio).

Nello stesso modo è un errore pensare che Renzi abbia in testa di rifondare una specie di DC 2.0*. Il senso profondo della legge elettorale già approvata al Senato, va nella direzione completamente opposta. In un sistema democratico basato su due o tre partiti grandi per vincere devi fare bene quando governi, non avere qualche deputato per ricattare il governo. E’ un cambio drastico di mentalità che non ha a che fare con le categorie del secolo scorso pre-murodiberlino, che forse tentano di far assomigliare il nostro paese più ad un paese anglosassone che ad uno del sud del mediterraneo. La governabilità genera alternanza perché definisce responsabilità e costringe al confronto con gli elettori ogni volta che si vota.

Più democrazia di così si muore. E finalmente, forse, non democristiani.

Unioni Civili a Roma: ora tocca al governo.

10405234_10205131120632111_6578836863677194348_nRoma ha un registro per le Unioni Civili. Grazie Ignazio Marino a chi l’ha votata e a tutta la giunta di Roma. Speriamo che questo atto fortemente simbolico nella Capitale del Paese sia l’ultimo dei tanti simboli e che sia il tempo di atti concreti che tutelino davvero le nostre famiglie. Adesso tocca al governo non ci sono più scuse dopo l’approvazione della legge elettorale.

Cosa ho detto all’assemblea del PD di ieri.

Il video qui.

Il testo qui.

L’era australiana (a Roma)

Dunque. Ricapitoliamo. C’è una certa quantità di giornalisti a cui Ignazio Marino non sta simpatico, non riescono a fargli la corte come spesso hanno fatto con sindaci precedenti (che sul tema di sicuro ci sapevano fare di più…e questo è indubbiamente un limite, ma anche no, ehm) ai quali però tutto questo attacco di tanti del PD al proprio sindaco non è andato giù. Diciamo che l’essere vigliacchi è peggio di essere un po’ nerd. La storia di queste settimane verrà ricordata come il “tempo australiano” e non perché Renzi era in Australia ad abbracciarsi un Koala, ma perché parte (è importante ribadirlo: SOLO PARTE) del Pd romano e laziale si è tirato un boomerang in faccia. Il problema è che ce lo prendiamo anche tutti noi. Noi del PD e noi di Roma. Ecco ora tornate tranquilli e accanto al sindaco ricostruiamo l’immagine del PD a Roma attraverso una politica partecipata, condivisa e soprattutto collettiva. Che nessuno ha mai sentito che “uno solo” risolveva tutto. Quindi se Marino non ce la fa è perché TUTTI NOI non ce la facciamo (lo stesso vale per Renzi, per dire). Eurodeputati e vicepresidenti del senato compresi passando per consiglieri in cerca di poltrone eccetera eccetera eccetera. Punto.

p.s. Suppongo che il mio amico Zanda le stesse cose sull’inesperienza (come lo dice sugli assessori romani, che poi vorrei capire di chi parla, si facessero i nomi e i cognomi) l’abbia detta anche a Renzi quando si è circondato di quasi tutti ministri giovani e donne che non avevano mai fatto il ministro (piccola provocazione che io renziana della primissima ora posso fare ben sapendo distinguere tra chi sa fare le cose e chi sa semplicemente muoversi nelle stanze del potere che non significa necessariamente “sapere fare bene”, ricordando a tutti che la politica è “un peso una misura” no la misura a come ci pare a seconda di cosa ci serve, almeno a casa mia).

Sullo sciopero, al di là del “Ponte” dell’Immacolata.

Mi piacerebbe fare una riflessione seria sui metodi di lotta dei lavoratori nel 2014. Un tempo si scioperava (quando davvero scioperare era pericoloso) e le fabbriche andavano a mille sfruttando al massimo la manodopera e quindi anche un solo giorno era un danno per il boom economico. Oggi le fabbriche occidentali non “corrono” più. Gli scioperi dei mezzi pubblici mettono in difficoltà più i cittadini che al lavoro ci devono andare e magari non hanno i mezzi, spezzando la solidarietà tra cittadini che non scioperano e che non possono e quelli che possono scioperare. Lasciamo stare un attimo la questione del “ponte” e del “venerdì”. Che senso ha oggi uno sciopero? E badate bene non sto parlando di “limitare” lo sciopero, ma da quando ho 16 anni e davanti al fallimento di tante lotte ( da quelle pacifiche a quelle armate) mi domando quali siano oggi gli strumenti che la collettività ha per combattere gli abusi di Stati o di poteri forti. Oggi mi sembra solo un gioco delle parti, a prescindere da come io posso pensarla in questo contesto. E’ possibile aprire un dibattito su questo tema, franco, sincero e senza partigianerie o siamo condannati al teatrino dell’autunno caldo e dell’immobilismo ricattatorio?

p.s. provate a cercare su google “Sciopero venerdì”. Trovate una valangata di cittadini normali che si domanda perché lo scioero è sempre di venerdì. Ci sarà anche un problema di comunicazione? Il Sindacato non dovrebbe cercare “ponti” con i cittadini?

Leopolda e CGIL conflitto inutile tra due sinistre

Non mi piace il Paese diviso simbolicamente in due manifestazioni. Io c’ero ai tempi della manifestazione di Cofferati contro il governo Berlusconi e ci saro’ sempre accanto ai diritti dei lavoratori. Bisogna pero’ intendersi su chi sono i lavoratori. Gli assunti sotto padrone o tutti? Comprese le partita IVA e i piccoli imprenditori e anche il middle management delle aziende. Gli operai non esistono senza fabbriche. e’ un principio marxista ancora in essere, piu’ forte del concetto di lotta di classe. Se difendiamo solo una parte generiamo un conflitto che uccide il lavoro perche’ il lavoro vive se viene conferita pari dignita’ a chiunque lavori. Mi pare che per ora la difesa parziale abbia comportato un muro all’ingresso per giovani e donne e precari e la difesa di inefficienze e fannulloni. Che Paese vogliamo? Un Paese diviso e precario in cui i diritti si estinguono con l’eta’ dei lavoratori o un Paese unito che ammette che non siamo piu’ negli anni settanta e genera un punto di vista diverso tra chi lavora e chi favorisce il lavoro, soprattutto in tempi di crisi dove il mercato non sostiene il lavoro come accadeva negli anni settanta e va reinterpretato?

A me pare sempre più evidente che la dialettica in essere sia sempre di più quella di dare un volto alla sinistra del terzo millennio. Il tema non è tra destra e sinistra ma tra chi siamo e chi dobbiamo essere.

Cosa penso di questo momento. Sinceramente.

Se non ne posso più di aspettare per le Unioni Civili? Sì, non ne posso più. Se mi dà fastidio che a giugno, pensando che la riforma elettorale sarebbe stata di più rapida approvazione, si era detto che a settembre se ne cominciava a parlare e invece siamo finiti nel mucchio dei 1000 giorni? Da morire.

Però.

Voglio dire una cosa e, a scanso di equivoci dico subito che non tutto mi piace di come stanno andando le cose al governo e nel Partito (e non solo quello Nazionale). Per esempio non mi piace la segreteria plurale, mi sembra un po’ l’ibernazione del partito per far contenti quelli che gli danno importanza più che al Paese, ma dimostra – di contro – che non gli stiamo dando la giusta importanza per costruire elaborazione e radicamento. Per esempio non mi piace che la segreteria sia stata fatta di nomi e poi di deleghe è avvenuto esattamente il contrario di ciò che vorrei accadesse nel partito. Per esempio non mi piace che i PD di Lazio e Roma non abbiano ancora recepito il cambiamento. Non mi piacciono tutti i nomi della segreteria, alcuni mi fanno persino paura. Per esempio non mi piacciono le cose che dice la Lorenzin sull’omogenitorialità e l’assoluto non coraggio a legiferare sul’eterologa andando incontro all’autonomia selvaggia e ingiusta delle regioni che è in pieno contrasto con la nostra visione del titolo V, a proposito di riforme. Ecco, detto questo e chiarito che qui siamo renziani finché somigliamo a noi stessi e  non quando somigliamo a quelli che volevamo rottamare, dico una cosa sulla cosiddetta “annuncite” del nostro segretario-presidente.

Una cosa che vale per le unioni civili, ma che vale per ogni riforma “pesante”. Lo dico da sempre, forse non è ancora chiaro a tutti, provo a ripeterlo. Non ho mai pensato che le larghe intese potessero portarci lontano. L’ho detto ai tempi di Letta, l’ho ripetuto ai tempi di Renzi. Con una differenza. Che dentro le larghe intese c’è chi prova a navigarci dentro eternamente, solo per stare seduto in poltrona. E c’è chi prova a fare le riforme per consentire al Paese di dimenticare le larghe intese al prossimo giro. Detto questo ritengo che senza l’approvazione della legge elettorale difficilmente si potranno fare riforme “scomode” o “radicali”.

Perché? Semplicemente perché oggi non conviene andare a votare ad Alfano e nemmeno alla minoranza PD (scusate la brutalità). E con la legge elettorale approvata si può dimostrare la coerenza politica delle proprie idee. Se Alfano non vuole votare le unioni civili può benissimo fare cadere il governo. Se la minoranza PD non vuole discutere del lavoro del terzo millennio e vuole continuare a discutere di quello del secolo scorso, idem.  Fa male Renzi a fare tutti questi annunci se non ha la certezza di portarsi a casa le riforme, dalle unioni civili alle partite iva alla scuola? Forse sì. O forse fa bene a raccontare al Paese cosa vorrebbe fare per fare vedere cosa non riesce a fare.

Faccio parte di quelli che vogliono bene al Paese, faccio parte di quelli che non vogliono vedere una sola cosa realizzata, ma molte. Da quelle che consentono governabilità a quelle che consentono cultura, da quelle che consentono matrimoni a quelle che consentono lavoro. Io credo che abbiamo bisogno di una stagione di riforme (per una volta dopo il dopoguerra, una eh), senza rivendicare alcuna classifica. Sono tutte importanti e dobbiamo portarle a casa tutte.