Verrai a trovarmi d’inverno – intervista ad Arcigay Nazionale

10 marzo 2011 § Lascia un commento

La trovate, qui.

Verrai a trovarmi d’inverno – Il 18 Marzo alle 19.

7 marzo 2011 § 2 commenti

“Dell’ordinaria gestione del dolore di cui ciascuno di voi sa, per quanto lo si occulti e non si nomini, la famiglia di cui racconta Cristiana Alicata in questa storia, è una specie di almanacco virtuoso”.

Così scrive Concita De Gregorio nella bandella di “Verrai a trovarmi d’inverno”, di Cristiana Alicata. Per conoscere da vicino Elena, Viola, Liz, il babbo e tutti i personaggi usciti dalla penna di Cristiana, vi aspettiamo venerdì 18 marzo alle ore 19:00, a Roma, alla Libreria Fandango Incontro, via dei prefetti n°22 per la prima presentazione del suo nuovo romanzo. Con l’autrice, interverranno Vladimir Luxuria, attrice e scrittrice, e Francesca Fornario, attrice, giornalista e vignettista.


Non mancate!

Traslochi.

2 febbraio 2011 § 1 Commento

Ci sono lavori in corso, qui,  e voi potete divertirvi a giocare con la Luna e la Terra come ai vecchi tempi. Decidete voi dove “andare”.

Poi tra un po’ vi ci mandiamo noi. Sulla Luna. O sulla Terra.

Preparatevi che tra un po’ traslochiamo.

Dalla Stazione Leopolda.

7 novembre 2010 § 4 commenti

Su Latina, sul sud, sul coraggio della nostra generazione in vista delle amministrative del 2011. Cercate sindaci, cercate amministratori, candidatevi, ribellatevi a chi si candida da 10 anni e lo fa perché in 10 anni è in grado di prendere più preferenze di tutti, ma di perdere. Perdere sempre. I partiti non sono di proprietà dei singoli, la politica non può essere appaltata alle singolarità. I Partiti e la Politica devono avere respiro collettivo, favorire il ricambio.

Carissima Emma Marcegaglia (dall’Unità del 29/09/2010)

30 settembre 2010 § 2 commenti

osservo con attenzione quanto sta accadendo in questi mesi. Lo faccio con gli occhi di colletto bianco metalmeccanico, ma soprattutto con quelli di chi dedica il tempo libero all’attività politica.

Mi preoccupa la tensione e la chiusura con cui viene affrontato (anzi NON viene affrontato) il dialogo, come sempre in Italia quando si parla di lavoro e del suo ordinamento.

Ho 34 anni e sono ingegnere. Sono donna. Sono lesbica e come le dicevo faccio politica, lo faccio anche e soprattutto perché in questo Paese vivo e subisco una discriminazione.

Sono stata a casa in malattia, in sette anni, molto poco. Tutte le volte nessuno se ne è accorto, tranne una volta che avevo la febbre altissima. Durante il post operatorio della spalla, anni fa ormai, ho continuato a lavorare da casa, con il PC. Nessuno me lo chiese. Lo feci perché tra me ed il mio datore di lavoro (il mio capo, visto che si tratta di una multinazionale) c’era un patto sociale di fiducia e stima.

Quando mi sono trasferita in giro per l’Italia la mia azienda mi ha considerato sposata trattandomi economicamente come tale, benché, ovviamente io e la mia compagna non avessimo uno straccio di carta che sancisse la nostra unione (“tranne” un mutuo trentennale ed un certificato di residenza).

Eppure le aziende cambiano. Sono fatte di uomini e donne (meno spesso di donne ed ora ci arrivo). In tempi di crisi, spesso, si pensa di affidare le aziende a personalità forti, dominanti, accentratrici liquefacendo le responsabilità della managerialità diffusa e, automaticamente, perdendo quel patto sociale di reciprocità (professionale, fedele e entusiasmante) che c’era prima di allora. Le regole, insomma, così fragili ed in mano a chi le applica, magari all’insaputa di chi dirige dall’alto. Anzi, questo lo potrei giurare.

Ho visto donne, della mia età, piangere nei bagni alla notizia di aspettare un figlio. Ho sentito manager fare battute su froci e donne. E’ modernità questa? In un qualsiasi paese moderno la donna non avrebbe pianto. Il manager sarebbe stato licenziato.

Non ho visto donne fare carriera come gli uomini. Forse per i motivi di cui sopra, forse, come sappiamo tutti, perché un uomo incapace di gestire le persone o di interpretare correttamente il business si trova sempre….una donna incompetente non si trova mai.

Non ho visto aziende, in Italia (tranne rarissimi casi) riconoscere ufficialmente le coppie di fatto, quasi a voler lasciare tale riconoscimento alla bravura ed al valore del manager. Cioè: se non sei un bravo manager non riconosceremo la tua unione, quindi il riconoscimento assume forma premiante e non di diritto.

La verità è che il grande assente, in questo dialogo, è la politica. Non faranno mai carriera le donne anche introducendo, come chiesto da lei di recente, le quote rosa nei consigli di amministrazione (se le immagina escort e veline sedute lì a farsi le unghie? Io sì…le quote rosa devono esistere a tutti i livelli aziendali), finché la politica non si prenderà cura di gestire la maternità sollevando la donna di tutto il peso di prolificare. Quando un manager uomo di alto livello dovrà fare 6 mesi di paternità obbligatoria, restare incinta sarà una responsabilità condivisa. Quando ci saranno nidi per i bambini, avremo un Paese giusto dove né l’imprenditore, né la donna, dovranno farsi carico da soli della maternità.

In fabbrica, la paura, mi creda è la stessa: quella di non potersi fidare di questo cambiamento, di vedere aprirsi un abisso di elasticità mal gestita all’interno della fabbrica e poi, una volta fuori, non avere alternative. Il sindacato in questi anni ha spesso abusato di un diritto. Molti medici hanno prodotto certificati falsi. A volte si è difeso chi non era adempiente, invece di isolarlo difendendo davvero gli altri lavoratori. E’ vero. E nel frattempo in altri luoghi non ha nessuna importanza se stai male davvero o se sei incinta. Sei fuori e basta e parlo dei nuovi giovani, dei nuovi assunti, dei contratti che vengono fatti oggi. Non di quello che ho firmato io sette anni fa e di cui oggi discutiamo.

Ma la flessibilità, mi diceva un giornalista danese, deve vivere con la sicurezza e quella la offre lo stato sociale. La responsabilità comune di Confindustria e sindacati, oggi, se davvero vogliamo modernizzare il mondo del lavoro, è smettere di combattere gli uni contro gli altri e sancire già ora un patto tra lavoratore e azienda (chi usa ancora la parola padrone è fuori dal mondo) e insieme chiedere alla politica di preparare le basi, gli strumenti, la visione affinché un rapporto di lavoro flessibile sia anche sicuro. Senza dimenticare che un’azienda moderna non può prescindere dalla parità di genere e dal riscontro della felicità dei suoi dipendenti. Altrimenti non sta modernizzando. Sta solo semplificandosi le cose.

Stiamo andando in quella direzione? No, mi creda. La politica, quella che tanto plaude (e governa) è immobile e non fa nulla per aiutare questo processo sul versante sicurezza. Le aziende non sono tutte così convinte che modernizzare in termini di parità di genere sia giusto. Allora fermiamo tutto. E aspettiamo che ci siano le condizioni politiche e aziendali e se non c’è tempo facciamo in modo che la politica si sbrighi. Serve una rivoluzione, ma fatta da un patto sociale collettivo: azienda, lavoratori, politica. Se anche solo un attore non si siede al tavolo e non si prende le sue responsabilità, falliremo.

La trovate qui.

PD. Una cazzata al giorno.

23 settembre 2010 § 1 Commento

Profumo, D’Antoni…ma chi è che spara la cazzata al giorno sul PD? E soprattutto…lo dico ai nostri elettori…non vi preoccupate di cosa esce dalla direzione…qualsiasi cosa esca la rottamiamo. Il PD è sotto il tappo. Loro il tappo. Non tutti, dai qualcuno lo salviamo. Pochini, però.

1) il candidato premier del PD è Bersani a meno che non si cambia lo statuto.

2) se si fanno le primarie di coalizione Bersani è il candidato del PD a meno di cambiare lo statuto.

Io sono in difficoltà. Come potete immaginare, ma non ne posso più di questo giochino al massacro. Io voglio Zingaretti o Chiamparino o la Serracchiani premier…ma qui non è uno si alza e spara la sua. Lo faccia ma nel segreto dell’urna delle primarie come farò io.

E’ uno sport nazionale sparare sul PD. Pare faccia bene. A Berlusconi, però. Basta.

Quattro va in ristampa.

20 settembre 2010 § Lascia un commento

In attesa del prossimo, nel frattempo e a grande richiesta (vostra) Quattro va in ristampa, quindi cominciate ad ordinarlo al vostro libraio di fiducia. Come sapete il limite della piccola editoria è la distribuzione…quindi non demordete e dateci una mano.

I criteri con cui ordinare il libro sono: Quattro  di Cristiana Alicata, edizioni il Dito e La Luna, Milano 2006.

Vi ricordo che è ordinabile anche on-line, qui.

Questa la quarta di copertina di Quattro.

“Insomma mia sorella e Martina se ne stavano faccia a faccia a studiarsi negli occhi, affondate nel divano, mia sorella quasi invisibile. Fu la prima volta che mi accorsi di quanto si assomigliavano. Non avevano una sola goccia di sangue uguale nelle vene, ma si erano assorbite così bene che nessuno avrebbe mai potuto dire che non erano madre e figlia”.

Ventunesimo secolo. In un luogo imprecisato a nord di Roma. Campagna. Un gruppo di case di pietra le cui porte sono dipinte con i colori dell’arcobaleno. Una vigna e una antica quercia ferita da un fulmine su cui nessuno ha mai inciso delle iniziali. Francesca e Martina: due donne, una storia d’amore che comincia all’università e sarà la storia di una famiglia. A raccontare è Andrea, il figlio.
Tutto intorno Chiara, sorella di Andrea, che sembra fragile e invece no, una tribù di amici, il mondo curioso e confuso, e poi Elena, figlia di conoscenti, che crescendo scardina improvvisamente un equilibrio che si pensava intoccabile.
La ricerca spontanea di un lessico familiare si trasforma in una favola-romanzo in cui Francesca e Martina scopriranno di essere “solo” due genitore alle prese con le domande buffe di due bambini prima e con le contestazioni violente di due adolescenti dopo.
Ironico, tragico e commovente,
Quattro vi sembrerà così naturale che vi aspetterete di incontrare dietro l’angolo Francesca, Martina, Andrea e Chiara. E non è detto che questo non accada.

Dove sono?

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