Se con la ristorazione non si mangia più.

L’ennesimo appello di imprenditori della ristorazione che si lamentano di non trovare personale.

Alcune (ennesime) riflessioni.

Primo. Ci sono troppi player sul mercato. Pensateci: si mangia qualcosa ogni 10 metri nei posti popolati e in pochissimi si mangia bene. Perché? Perché tutti pensano che aprire un ristorante sia una cosa semplice e dal guadagno facile. E fino ad adesso per certi versi è stato così: comprare la roba a poco e propinarla a clienti (magari turisti visto che ne siamo sempre stati inondati) e pagare poco giovani ragazzi. Pagare poco con le seguenti modalità: pagare in nero e se va bene fare contratti da 20 ore e farne lavorare 54 con turni massacranti per massimizzare i profitti.

Secondo. Bassa cultura del cibo da parte dei clienti e ancora di più del contesto turistico permettono basso livello enogastronomico.

Terzo. Il concetto di sacrificio legato alla ristorazione come unico strumento di apprendimento è ancora duro a morire. Se queste cose lo dicesse il CEO di un’azienda metalmeccanica saremmo tutti in piazza con lo forche. Nella ristorazione sembra essere vero. Le leggende dei pizzaioli che iniziano a 10 anni pulendo i cessi sono VERE. Il mondo della ristorazione stenta ad evolversi, stenta a trovare soluzioni industriali in termini di processi e di gestione che mantengano alta la qualità dell’offerta e migliorino le condizioni di vita delle persone che ci lavorano. Credetemi che è possibile: lavorare bene e far mangiare bene.

Quarto. Assenza di controlli fiscali e lavorativi (su HCCP per fortuna siamo una best practice europea) su questo tipo di aziende ha fatto proliferare il dilettantismo (lo può fare chiunque) e nello stesso tempo il banditismo. Serve trattare la ristorazione come una qualsiasi azienda. Questo farà selezione, farà incazzare molti, ma eleverà il livello di qualcosa che è patrimonio nazionale e culturale ed andrebbe preservato come si preserva un’opera d’arte.

La pandemia ha fatto emergere questa enorme falla nel sistema e nello stesso tempo (per fortuna) le nuove generazioni possono scegliere. Conosco tantissime persone che lavorano nella ristorazione e so che si può lavorare bene, pagare bene, fare margini e far mangiare e bere bene i clienti. Basta saper fare questo mestiere. E non tutti lo sanno fare o hanno saputo evolversi in funzione delle esigenze dei clienti e dei dipendenti come altri settori.

Il secolo ereditario

Non ho molto da dire in questi giorni e ho molto da pensare, leggere e ascoltare. Provo a capire cosa possiamo fare da qui: nelle farmacie potete acquistare farmaci servono paracetamolo, garze, ghiaccio secco e ovatta e altro e forse potete cercare dei punti di raccolta per mandare vestiti. Se avete spazio in casa potete dare disponibilità a Welcome Refugee e organizzazioni simili. Se vi fidate potete inviare soldi a chi si organizza al confine per accogliere i migliaia di profughi che scappano dalla guerra. Nei prossimi giorni provo a dirvi qualcosa su questo.
Provo imbarazzo per non essere utile, vergogna per non conoscere la storia dell’Ucraina per cui leggo, ascolto, torno indietro alla guerra di Crimea, ai giorni di Euromaidan.
Sorrido mestamente nel vedere le donne dell’est che vivono nelle nostre case mobilitare le famiglie in cui lavorano: ieri sentivo alla radio di due ragazzi partiti con un furgone per andare a recuperare al confine polacco i figli della badante della madre di uno dei due. In tre giorni prima di partire hanno riempito anche il furgone di cose per lasciare aiuti. Me l’immagino queste scene nelle case (ovvio non accadrà in tutte).

Questi dibattiti fitti nelle cucine tra seconde generazioni di occidentali e donne dell’est.
Nel dramma è un po’ l’Europa che si fa.
Chi in nero. Chi per bene. Ma si fa tra pannoloni, spezie che si mischiano, racconti di guerra dei vecchi assistiti e di donne da guerre più recenti.
La nostra è rumena, la sua famiglia è a 200km dal confine. Racconta di arrivi anche lì e di aiuti che partono da posti dove uno stipendio part-time in un call center è di 300€ (quando sentite: “le risponderemo dalla Romania” per capirci) Duecento chilometri è come se la guerra fosse a Napoli. O a Viterbo.
Penso a scenari possibili senza avere alcuna certezza, invidiando chi ne ha. Mi sveglio la notte per vedere se la guerra è finita, ho paura che se va avanti a lungo ci annoieremo. Quando scalerà la notizia dalla prima pagina, diventerà cronaca e dimenticheremo per l’ennesima volta? Oppure non andrà così e sarà peggio?

Questo è il secolo ereditario. È l’erede del 900. Della sua corsa di progresso senza limiti, senza filosofi a gestirne il peso etico come era sempre (quasi) accaduto, che ha già impatto irreversibile sul cambiamento climatico. Del fare guerre senza usare tutte le forze perché ormai TUTTE le forze sono persino troppo persino per chi le usa.
Speriamo almeno: ma è la prima volta che accade che l’umanità si ritrovi in guerra senza dispiegare tutta la potenza disponibile ed è questo uno degli abissi del pensiero. Tutti ci stiamo chiedendo se esiste al mondo qualcuno così folle da dispiegare quella potenza. Per vedere l’effetto che fa. Per sentirsi onnipotente. Mi chiedo come si ferma, come si gestisce questa cosa. Non siamo fatti per gestire l’infinito. Dopo milioni di anni non abbiamo ancora nemmeno fatto pace con la morte. Figuriamoci con l’infinito che le è congiunto.

Se davvero siamo nelle mani dei singoli o c’è un sistema di protezione collettivo che impedisce quel PUSH e poi più niente. Ve la ricordate la narrazione che fa Michael Ende del Nulla che avanza e divora tutto nella Storia Infinita?

Va armata la resistenza per logorare la Russia, per deporre il tiranno per mano delle madri russe orfane dei figli caduti e degli oligarchi senza Mastercard? Bisogna chiedere all’Ucraina di arrendersi per evitare altre vittime civili per poi comunque dovere cedere? E se il tiranno non trova via di uscita e fa “PUSH e poi più niente” su quel pulsante e ci spazza via tutti? Invidio chi ha risposte è come se lo guardassi dal muro di Berlino, verso est, come se non avesse ancora varcato.
Da quel giorno mi sembra che le certezze siano venute giù con i mattoni. Credo che questa banalità sia già stata detta.
È questo il tempo che viviamo e il bene rifugio non ha più la forma di blocchi e collettivi contrapposti, ma ha la forma di piccole cose e ha una sua semplicità.

La semplicità ora è che c’è una guerra (sì è vero non è l’unica nel mondo). Ci sono migliaia di profughi (magari torneremo ad imparare che un profugo è un profugo è un profugo). C’è un tiranno che per resistere sta bombardando una nazione sovrana (che aveva le sue innegabili instabilità separatiste), che sta chiudendo i social network, arrestando giornalisti, minacciando 15 anni di carcere a chi parla di invasione. C’è un tiranno che forse non si accontenterà dell’Ucraina. E se fossimo noi in quella situazione anche noi vorremmo resistere.

Davvero non sappiamo da che parte stare?

Gli studenti sbagliano, però hanno ragione.

Ho pensato questa cosa (leggete fino in fondo please, argomentazioni complesse e non riconducibili alla categoria “tifo”)

Penso che gli studenti stiano sbagliando a prendersela con l’alternanza scuola-lavoro nel caso specifico della morte di Lorenzo Parelli. Ho insegnato due anni in un Istituto Tecnico che aveva i laboratori con l’amianto e come insegnante di Macchine avrei dato oro per far visitare un’azienda con macchinari moderni ai ragazzi e magari per dare loro l’opportunità di imparare ad usare quelle macchine e la tecnologia a loro collegata.

Direte: il problema sono i pochi fondi dati alle scuole. Non ci piove, ma nessuna scuola avrebbe potuto dotarsi di una tecnologia avanzata con i salti che ha fatto l’industria (robotica, controllo numerico, etc), quindi se me lo chiedete vi dirò sempre che per specifici corsi di studio la permeabilità tra studenti e aziende non solo è una cosa buona, ma è una cosa giusta.

Ai tempi in cui mio padre era un giovane ingegnere i periti tecnici dal punto di vista pratico davano le piste ai giovani usciti dall’università. Ora non è più così.

Quella mastodontica perdita di professionalità è una delle maggiori cause di disoccupazione, di salari bassi e anche, consentitemelo, di sicurezza sul lavoro. E se me lo chiedete vi dico che lo Stato per primo abdica alla formazione in quelle scuole mandandovi spesso gli scarti (tanto l’italiano non serve, etc…come non serve??? non dobbiamo costruire lavoratori, ma formare cittadini consapevoli professionalmente, ma anche culturalmente)

Va ritrovata la forma affinché la formazione tecnica (parlo solo di quella perché quella conosco) sia aggiornata, di altissimo livello, affiancata dalle materie meno professionali nel modo corretto e ovviamente protetta.

Ecco veniamo alla protezione. Quello che ha ucciso Lorenzo Parelli (fermo restando che a deciderlo deve essere la magistratura e speriamo in tempo brevi) non è l’alternanza scuola lavoro, ma forse (il forse è d’obbligo perché ho quasi 46 anni e non 18) la sicurezza sul lavoro.

Ecco: se le manifestazioni dei ragazzi, prima ancora che superare le distorsioni dell’alternanza scuola-lavoro (che ci sono e negarlo sarebbe da idioti) riuscissero a sollevare l’attenzione sull’enorme strage di morti sul lavoro per mancanza di controllo delle norme di sicurezza, ben vengano con tutta la forza che serve.

La sicurezza costa. Costa ovunque. Costa in edilizia, costa in carpenteria pesante, costa in un ristorante. Questo però (dico sempre) ricordiamocelo sempre quando paghiamo, quando pensiamo di stare pagando troppo e soprattutto quando paghiamo troppo poco.

Speriamo bene.

Sono dell’idea che serva un o una presidente della Repubblica con una storia intonsa. Con un comportamento pubblico e privato (di lui e dei suoi antenati e discendenti) che non lasci aperti spifferi per indebolirne l’autorevolezza. Il fatto che questa carica sia una carica non votata dal “popolo” e quindi in teoria (molto in teoria) debba essere slegata dalle emozioni e dai populismi che ogni tanto si abbattono sull’Europa dovrebbe essere un fatto positivo mentre in questi giorni sembra un fatto negativo perché appare sempre più evidente che lo sforzo di questa classe politica nel definirne il profilo ha molto a che fare con i propri destini: non andare al voto adesso e immaginare qualcuno che nel 2023 non ponga veti, pensiamo a Mattarella e al suo giustissimo veto su Savona. Secondo voi a parte Draghi e Mattarella chi sarebbe in grado di mettere un veto come quello su Savona? Casini? Casellati? E soprattutto chi vuole tenere Draghi a Palazzo Chigi in un anno di campagna elettorale è consapevole di tenerlo a camminare su un campo pieno di mine? Buongiorno Italia. Speriamo bene.

Cosa capisco delle linee guida europee per un Europa più uguale (e più sicura)

Cosa capisco dalle linee guida europee.Per esempio.Invece di dire Maria e John sono una coppia internazionale (cioè di due nazionalità diverse), usare nomi non solo “cristiani” visto che ormai l’internazionalità è più vasta. Sono suggeriti: Malika e Julio. Due osservazioni: Salvini traduce John come Giuseppe. Sbagliato, John si traduce Giovanni quindi sta storia del presepe, di Giuseppe e Maria è stata montata ad arte. Altra osservazione: l’esempio è specifico sulla frase “coppia internazionale”. Vale per tutti gli altri modi di dire che possono offendere: per esempio fare un corso di formazione sulle banche ed usare nomi come Abramo e Isacco. Lo fareste? Io no perché alimenterei un pregiudizio. Parlare di criminalità ed usare il nome “Salvatore”. Parlare di terrorismo ed usare il nome Mohammed. Capite di cosa si tratta? Di contestualizzare i nomi per evitare il diffondersi di pregiudizi su documenti internazionali. Per evitare di fare brutte figure, di discriminare, di peggiorare i rapporti tra Stati o tra l’Europa e il resto del mondo. Direste Buon Natale ad uno Sceicco? O spedireste una cartolina alle istituzioni di Israele con “Buon Natale”? Non so voi, io no.Cosa avete che non va con il parlare meglio per generare meno odio possibile?

LGBTQI+: generazioni a confronto, molto diverse.

C’è una cosa su cui sto riflettendo da giorni e che ho detto qualche giorno fa alla bella giornata di lancio de Le Contemporanee (a proposito seguitele!) dopo avere ascoltato le parole di Simonetta Sciandivasci sulle nuove generazioni.


La generazione di gay e lesbiche e trans (uso queste definizioni appositamente) prima della nostra – parlo dell’Italia, ovviamente USA e UK potrebbero avere anticipato di mezza generazione – quindi chi ha oggi più di 60 anni non aveva parole per definirsi. Spesso nemmeno si autodefiniva e le uniche parole esistenti erano offese, insulti. Si diceva “frocio”, si diceva “pederasta”, si facevano addirittura gesti per non dire, per non nominare. Si “era” senza “dirsi”. Non ce ne era bisogno. Fa eccezione ovviamente quella parte di pionieri del Fuori (Enzo Cucco Tosco e Giovanni Minerba prima che mi tiriate le orecchie!)


La mia di generazione ha combattuto per definirsi. Per distinguersi. Per conquistare il diritto a “dirsi”, per uscire dalla dimensione buia ed affermare l’amore, la transizione. Forse siamo stati anche la generazione “normalizzante” che ha convinto l’opinione pubblica che gay, lesbiche e trans non erano persone disordinate che vivevano di nascosto il loro peccato. Siamo diventati genitori, famiglie, abbiamo combattuto per il “matrimonio”, sentendoci anche dire dalle punte più avanzate della generazione precedente che forse eravamo un po’ borghesi.


La generazione LGBTQI+ di oggi sta combattendo una battaglia completamente diversa. Sta combattendo per non definirsi. Per non etichettarsi. Per viaggiare attraverso le definizioni facendo scoprire a molti di noi che forse nelle definizioni che ci siamo dati e date siamo persino stretti e strette. Devo confessare che dopo un primo momento di stupore, di vertigine, è bellissimo guardare e ascoltare i giovani e le giovani di oggi in questa ricerca che non finisce.
Forse quello che osserviamo nel movimento LGBTQI+ non è una specificità della categoria, ma è probabilmente il luogo più evidente dove sta prendendo forma la differenza di queste ultime 3 generazioni post-belliche (sto sempre parlando solo d’Italia). La mancanza di riferimenti e di ideologie che per noi è stata immensa nostalgia per quello che non avevamo potuto “sperare” come i nostri genitori, per i ragazzi e le ragazze di oggi è libertà. Ed è tutto molto bello. Anche se a molti fa tanta paura.

DDLZan: e ancora perché abbiamo tenuto il punto.

Provoco.
In uno dei suoi ultimi editoriali Mattia Feltri (al quale voglio bene e al quale manderò via whatsapp questa mia) ha detto che è vero, in fondo esiste già una legge che punisce la violenza per “futili motivi”. Cioè se uno ti picchia non perché gli hai pestato un piede ma perché sei gay o lesbica o whatever esiste già una sorta di aggravante.
Ci hanno frantumato le ovaie (alcuni) con questa affermazione.
Bene. Togliere il tema dell’identità di genere e la giornata nelle scuole voleva dire lasciare nella legge l’aspetto penale che -se me lo consentite – era ed è l’aspetto più inutile di quella legge e della Legge Mancino.
Non servono (almeno per me) leggi penali più dure. Serve un cambio nella cultura del paese a partire dalla scuola: vale per l’omobitransfobia, vale per l’antisemitismo, per il razzismo e per il femminicidio. Serve fare cultura nelle scuole. Il resto sono alibi per lo Stato: abbiamo incrudito le pene! Quindi quello che Italia Viva e la Lega volevano erano lasciare la parte penale e togliere tutto quello che faceva “cultura” e cercava di cambiare il Paese (e badate bene: erano noccioline in confronto a ciò che servirebbe, perché, appunto, il DDLZam era già un compromesso del compromesso del compromesso).
Quando vi dicono senza nessuna legge i ragazzi sono più indifesi dicono il falso perché omofobi, razzisti, antisemiti e misogini se ne fregano di farsi uno o due anni di galera. Il tutto va preso a scuola. Non dopo il misfatto. Spero sia un pochino più chiaro perché abbiamo tenuto il punto. In molti. Moltissimi. Sopratutto i più giovani.

DDLZan: numeri e politica. Perché non è tutta colpa di Italia Viva, ma è tutta colpa di Italia Viva.

Credo che vada fatto un po’ d’ordine tra numeri e politica riguardo il #ddlzan.Il Senato è composto da 320 membri. Durante la votazione per il #ddlzan erano presenti 288 senatori.

Il #ddlzan è stato seppellito con la tagliola (in sostanza) con 154 voti a favore (della tagliola) e 131 contrari. I senatori di Italia Viva sono 16, ne erano presenti 12 (per esempio Matteo Renzi era assente), i voti mancanti era 12, ma il voto è segreto e non sappiamo chi sono questi 12.

Quindi primo punto: numericamente NON sappiamo se è colpa di Italia Viva se il #ddlzan non ha continuato a proseguire il suo cammino in parlamento. Lo dico perché il dibattito “è colpa di Italia Viva” o “è colpa del PD” va riportato sul terreno politico e non numerico.Il tema infatti è tutto politico. Il #ddlzan come è stato approvato alla Camera in prima lettura era già un enorme compromesso e ricordo a TUTTI che la legge è in discussione da più di 20 anni! Il fronte progressista alla Camera ha votato compatto e poi qualcuno ha cominciato (dopo!) a sollevare dei dubbi su due temi fondamentali: la definizione di identità di genere e la giornata facoltativa di sensibilizzazione nelle scuole (ripeto: UNA giornata facoltativa!). I due temi insieme, se stralciati, avrebbero generato una legge che:non proteggeva sopratutto i più giovani che sono i maggiori destinatari di violenza (spesso da parte di minori, quindi non perseguibili giustamente) e non dava alcun modo di portare “cultura della diversità” nelle scuolelasciava fuori un pezzo di comunità, quella più fragile perché quella non definita secondo i canoni tradizionaliPer questo tutta la comunità LGBTQI (tranne rarissime e minoritarie eccezioni e alcune pochissime femministe uniti all’estrema destra clerico-fascista) si è opposta ad ulteriori modifiche: perché era meglio niente che una legge che NON proteggeva i più deboli e li discriminava. Questo soltanto è il punto. Non era un punto ideologico. Era un punto di principio, di valori. Bene ha fatto il PD in questo caso (e forse Letta ha sbagliato ad aprire il dialogo prima del voto perché doveva sapere che quell’apertura poteva essere usata contro di lui) a non mollare. E’ stato meglio così. Nessuno di noi, nessuna delle persone che vivono sulla propria pelle gli effetti della mancanza di questa legge (la maggioranza!) non voleva una legge cambiata in quei punti. Punto, non c’è niente altro da discutere. Italia Viva si è messa fuori dal terreno progressista con quella mossa. Non con il voto, ma con la politica quando ha proposto quelle modifiche e quando accusa il PD di ideologia per avere tenuto il punto. Spero sia chiaro. Nei numeri. E nella politica.

Perché andare a votare oggi? (per i romani in dubbio)

Perché andare a votare oggi al ballottaggio di Roma?Mi rivolgo sopratutto alle tante persone che hanno votato Calenda o Raggi e che provengono dalla storia progressista. So che non volete che vi si dica di andare a votare agitando lo spettro della destra fascista e cattiva (anche se…) e cercherò di darvi un altro motivo per farlo. Era tantissimo tempo che non vedevo un affiatamento così tra le persone dell’area di centro sinistra che ruota intorno al PD. Un PD che a Roma ha sbagliato tutto e di più, ma che oggi a calci nel sedere, può far rinascere la città. Il voto non dovrebbe essere soltanto una delega, dovrebbe essere un impegno di presenza, di vigilanza sulle cose che si faranno. Facciamolo in questo modo. Votiamo Gualtieri e i candidati a lui collegati in tutti i Municipi e facciamoci azionisti di questo cambiamento. Non votare, annullare la scheda come qualcuno di voi ancora minaccia di voler fare non serve a niente. Diamo un’opportunità alla città e alla qualità della vita dei suoi cittadini. Possiamo davvero permetterci altri 5 anni di disastro? 5 anni sono un’eternità, ancora, qualsiasi età abbiate o abbiano i vostri figli.

Di Palombelli, femminicidi e “teorie gender”

La narrazione tossica sui femminicidi (a proposito delle domande che si fa Barbara Palombelli su “cosa può avere fatto la donna per provocare un uomo tanto da farlo arrivare ad ucciderla!) è una narrazione che esiste e pervade tutta la nostra società. E guardate (come per l’omotransfobia) aggravanti penali, manifestazioni, scarpe rosse, iniziative servono poco o nulla. Serve soltanto cominciare a capire che gli stereotipi di genere vanno ribaltati a partire dalla scuola (ed è il motivo per cui la Lega vuole approvare il DDL Zan senza quella parte fondamentale!).Quelle che vengono chiamate teorie gender e vengono ostacolate non solo da Pillon, ma anche da chi fa parte del campo progressista altro non sono altro che cultura di genere che dovrebbe insegnare ai bambini e alle bambine che non esistono ruoli, non esistono limiti a ciò che può fare una bambina e che non esiste una superiorità dei maschi rispetto alle femmine (che poi ingenera il “tu sei mia e fai quello che dico io). E non si tratta di insegnare che siamo “uguali” e che non si sono differenze tra maschi e femmine, ma che la nostra diversità non pone limiti ai gradi di libertà. Mi dispiace doverlo dire ma oggi è più che mai necessario che soprattutto chi, nel campo progressista, si oppone a discutere di genere nelle scuole ha ed avrà la responsabilità di quello che i maschi di domani diventeranno. Le famiglie devono decidere cosa dire ai bambini? Ma anche no. Così come stiamo mettendo il green pass obbligatorio per poter sopravvivere tutti, si insegni la cultura di genere nelle scuole senza discussioni.