La manutenzione della bellezza.

Girando per l’Italia in lungo e in largo, praticamente da quando sono nata, mi capita spesso di vedere luoghi in rovina. E non luoghi antichi, ma luoghi dell’ultimo secolo. Le stazioni dei treni, le case cantoniere (su questo almeno ci stiamo lavorando), scuole, fabbriche, persino case, barche arrugginite abbandonate nella fiumara del Tevere, ospedali che sembrano prigioni, che da fuori sembrano stare per collassare da un momento all’altro. Luoghi che in questo secolo e non mille anni fa sono stati costruiti per presidiare altri luoghi, per educare bambini, per dare un lavoro a chi lasciava i campi o più indietro ancora tornava dalla guerra. In altri paesi europei questa rovina è meno evidente. È come se noi avessimo fatto una corsa e poi ci fossimo fermati all’improvviso. Perché non abbiamo continuato a manutenere il Paese? A mantenerlo bello? Persino l’abusivismo edilizio o anche solo l’edilizia del dopoguerra è stata una sorta di sacrilegio, di frattura nella bellezza millenaria che abbiamo insegnato al mondo. Ci sono dei luoghi che se potessi farei radere al suolo e ricostruire per restituirli alla bellezza (perché anche la bellezza è un diritto e questa sì oggi segna un confine classista, eccome se lo fa) e mi chiedo se si potrà mai farlo, se avremo mai risorse e la forza politica per un immenso piano di demolizione e ricostruzione. È come se nel dopoguerra quella grande corsa sia stata priva di una visione urbanistica, priva di criteri. Dobbiamo forse a quella folle corsa questa specie di rabbia primordiale con la quale l’Italia si è svegliata? E non ci accorgiamo che (stante tutte le cose giuste sul tema che in Italia non si fanno figli ma non per colpa dei poteri forti che importano africani come dicono questi mentecatti al governo con il loro codazzo di nuovi intellettuali allineati, ma perché manca un welfare degno di questo nome) l’immigrazione è la più grande opportunità di “riabitazione” di alcuni luoghi. Riaprire scuole perché ripopolate significa avere più maestri. Alcuni paesi abbandonati potrebbero (e già accade) essere riabitati. Alcuni ospedali chiusi (mannaggia al titolo V) riaperti per necessità. Abbiamo davanti la più grande occasione di governare un processo di rinascita e lo affrontiamo in modo scomposto (prima Minniti ora Salvini) bloccando gli sbarchi. Per fermare il business dei migranti diciamo. Ok. E quelli che adesso sono qui? non vediamo l’enorme opportunità che avremmo se governassimo questo fenomeno (che non è rinchiuderli nei Centri, non farli studiare, non insegnargli un mestiere, impedire loro di finire nelle mani della criminalità). Non vediamo perché al Paese manca una visione. E questo non da ora. Manca da tantissimo tempo e le classi politiche che si sono susseguite hanno governato questa anarchia che si regge sulla nostra incredibile capacità individuale di galleggiare e sopravvivere, ma non hanno mai veramente impresso una rotta a tutti noi.

Siamo diventati razzisti?

Migranti. Proviamo a raccogliere le idee e a fare chiarezza.
Siamo diventati razzisti?
Un pochino sì e secondo me lo siamo diventati perché l’Italia non ha mai messo in piedi un vero sistema di integrazione. Se non esiste un sistema di integrazione esistono migliaia di uomini a cui diamo un tetto e del cibo che non hanno nulla da fare. Non ha importanza che siano bianchi, neri, africani o italiani, semplicemente quella condizione è pericolosa. Da cosa siamo spaventati? Dai parcheggiatori abusivi. Bene, sono abusivi, perché il ministro dell’Interno non interviene? Paura della criminalità organizzata? Equilibri intoccabili? Abbiamo paura delle baraccopoli, però non vogliamo costruire alloggi come accade negli altri paesi europei. Certo che le baraccopoli sono pericolose. Per chi ci vive e per chi ci vive accanto. Abbiamo paura dei ladri? Certo, persone senza un salario, per sopravvivere ruberanno come hanno fatto anche gli italiani. Anche gli italiani hanno portato le donne italiane a fare le prostitute con la promessa del matrimonio nei primi del 900 (leggetevi l’Orda di Gian Antonio Stella). Si dice: non è vero gli italiani andavano a cercare lavoro. In parte è vero: perché il lavoro c’era. Umile e schifoso. Anche per loro ci sono lavori umili e schifosi e sottopagati che nessuno vuole fare. Raccogliere i pomodori sotto il sole tutto il giorno. Pulire il culo dei nostri vecchi. Pulire i nostri bagni. Ci sono due cose che servono a questo Paese: la certezza della pena (che non va invocata quando ruba un nero o un rom) per tutti coloro che delinquono e delle carceri che siano davvero luoghi di recupero e non luoghi dove le cose peggiorano e l’integrazione. Leggete questo pezzo del 2016 e guardate cosa fa la Germania. Ah, un’ultima cosa:la maggior parte dei paesi europei che stiamo criticando perché ci lasciano da soli, sono anche quelli che hanno accolto centinaia di migliaia di italiani, se avessimo davvero le “palle di titanio” come ho letto in queste ore con riferimento a Salvini, cercheremmo di onorare la nostra storia di migranti in modo più dignitoso. Lo dico di nuovo: integrare, integrare, integrare è la sfida più grande.

L’opposizione riparta da matrimonio egualitario e accoglienza migranti.

Le dichiarazioni di Fontana su migranti e Famiglie Arcobaleno che indeboliscono l’occidente (la razza in soldoni) sono inquietanti (direi peggio di Savona e incostituzionali nella stessa misura). Sono le posizioni di inizio secolo di molti movimenti politici (e non solo del nazismo) secondo cui zingari, ebrei, omosessuali dovevano essere estirpati contro il rischio di indebolimento genetico (persino Churchill ne fu sostenitore in tempi non sospetti). Siamo vaccinati? Forse. Lo saremo se avremo un’opposizione all’altezza che su quei temi dovrà evitare che vengano toccati i diritti acquisiti (non saranno così scemi da toccare le unioni civili, si ritroverebbero milioni di persone in piazza) e dovrà vigilare senza ambiguità sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza su cui ahimè l’ambiguità è cominciata con la criminalizzazione delle ONG e con la totale incapacità di affrontare il tema del razzismo crescente: la capacità di accogliere ed integrare del nostro Paese.
Secondo una conoscente elettrice e militante molto attiva del M5S e militante per i diritti degli omosessuali, il M5S è pronto a votare le leggi sui diritti civili proposte dal PD in coerenza con quanto affermato nella precedente legislatura. Ecco sarebbe molto bello (e dall’opposizione mi aspetto questo) che il PD presentasse subito una legge sul matrimonio egualitario (o almeno se proprio non tutto il PD non è d’accordo, ahem) sull’estensione della stepchild adoption per stanare il M5S. L’opposizione NON si dovrà fare vigilando che mantengano le promesse del contratto (che Dio ce ne scampi!), ma stanando le loro contraddizioni per mostrarne al Paese le bugie pregresse e le debolezze. L’opposizione non deve vigilare che le promesse vengano mantenute (il tema non è solo di sostenibilità economica, ma di opportunità), ma deve bocciare, contrastare, le cose che ritiene siano dannose per il Paese e proporre cose che pensa gli facciano bene. Sarà un lungo inverno, ma solo posizioni chiare e senza tentennamenti su alcuni temi ricostruirà il campo progressista (molto più dell’unità dei suoi capobastone, credetemi, di quelli possiamo fare senza).

p.s. se rispondete a questo post con la frase: l’Italia ha altri problemi, vi rispondo che l’Italia ha tantissimi problemi, l’uguaglianza dei gay NON è uno di questi. Appunto. Sui diritti civili questo governo farà silenzio o danni e non dovremo permettere che questo accada. Sui diritti sociali sarà lo scontro tra ricette diverse.

 

 

 

20 giorni 20 donne ammazzate

Nelle ultime settimane (ma potrei andare oltre) non c’è stato giorno in cui una donna non sia stata uccisa dal suo compagno. Credo di poter dire, con margine di errore molto basso, che in 20 giorni ne siano state uccise quasi 20. Una strage. Un dramma di proporzioni devastanti che dovrebbe campeggiare nelle prime pagine. Più grave del terrorismo. Evidentemente la legge NON funziona, non muoiono solo le donne che NON denunciano, muoiono anche quelle che denunciano. Bisogna trovare una soluzione immediata e considerare queste morti un’emergenza nazionale. Altro che i migranti.

Sveglia sinistra!

Leggo l’appello dei sindaci (di ogni estrazione politica dalla DC, alla Lega, a Forza Italia passando per il PD e SeL) di Milano in difesa di Mattarella e della Costituzione. Ci sta. E’ Milano. Il cuore della produttività. In queste ore mi sto chiedendo cosa sta passando per la testa di un povero cristo, magari giovane, magari precario e disoccupato, magari del sud, che si è visto passare raccomandati davanti, partire amici per l’estero. Magari lavora in nero, con una settimana di ferie, magari ha figli che vanno in scuole fatiscenti, magari NON ha un mutuo, paga l’affitto e pensa: ma a me dello spread che cosa diavolo me ne frega? Ecco. Questo è il punto cruciale dei prossimi anni, della prossima campagna elettorale: spiegare a quel povero Cristo che difendere la presenza dell’Italia nell’Euro NON è difendere la Milano produttiva contro i poveri cristi, ma è proprio difendere lui, la sua famiglia. E questo passa anche per difendere Milano. Passa per un’integrazione sana (credetemi l’Italia NON è ancora adeguata all’Europa su questo ed è proprio questo che ha generato questa paura_razzismo che Salvini cavalca) e non per l respingimento delle navi delle ONG. E’ spiegare che diritti sociali, civili ed economici sono un unico pacchetto, un’unica forza. Non si scindono mai. La difesa dei più deboli passa per l’Europa. Per un’Europa diversa, ma per l’Europa.

Buona notte sinistra. E’ ora che ti svegli.

Omofobia: ma cosa ci fa paura?

Per la giornata mondiale contro l’omotransfobia (Idahobit) ho scritto questa cosa su imille.org.

Appunti dalla Valcamonica (scrivendo da Palermo)

Ho passato in questi luoghi buona parte della mia infanzia, con mio padre ex tenente degli alpini che non poteva stare senza salire. E salivamo. Quasi tutti i finesettimana. Da alpino sminava le bombe della guerra coi muli, saliva cime in cordata, le ginocchia nella neve.

Dopo si saliva per sminare altro. Io dietro. Imparando a fare il passo, sempre quello, per non sfiatarsi.

Per i monti della bergamasca abbiamo scoperto Cornello dei Tasso dove le macchine non arrivano e dove abitava un pittore (Bonacina) che andavamo spesso a trovare. In un altro luogo che non ricordo un vecchio signore che non aveva voluto abbandonare il paese arroccato sui monti, era l’ultimo. Si chiamava Pietro. La sua casa sapeva di formaggio e muffa, aveva una cucina che restava sempre in penombra, la penombra è, alla vista, ciò che avanza di quello che ti protegge dal caldo e dal freddo. Quello che in passato restava di quella protezione. Mura grosse. Finestre piccole. Non voleva morire “giu’”. Io ero troppo piccola per quel bicchierino di vino che condividevano chiacchierando di montagna.

Poi il Colleoni e le sue tre palle (sì, sì proprio quelle palle!) il condottiero che ha regalato un po’ di Venezia a Bergamo.

E poi la Valcamonica, luogo mistico, i camuni, il segno dell’uomo che quando era preistorico doveva somigliare ad un bambino perché, mi pareva, disegnava più o meno come me. In questi luoghi, ci dice il barista, che ha fatto anche il sindaco, la Lega ha preso il 60%. È diminuita, sa. Prima era al 70%. Ha preso un po’ il M5S, ma sappia che prima, prima della Lega, era tutto DC. Eh sì perché nei luoghi della terra e della devozione alla Madonna – che subentrò alla paganissima devozione alla fertilità come d’altronde in tutta Italia e questa cosa ci unisce molto da Castellammare del Golfo dove c’è una Madonna con la clava al nord più profondo e ognuno ha la sua Madonna – il comunismo non ha attecchito. Il comunismo che divideva gli sghei di chi lavorava con chi non, il comunismo blasfemo, ateo non è arrivato. L’egualitarismo è passato come omologazione, come privazione dell’identità. Chiunque abbia difeso il primato della ritualità, il legame con la terra, la devozione in tutte le sue forme ed evoluzioni, ha vinto. Sulle plance elettorali il faccione di Salvini in posa da Zio Sam, dice grazie! Questa cosa del reddito di cittadinanza qui non va giù. Qui il nonnino si alza al mattino e taglia la sua erba, con la falce, martella i pali per definire confini (eh, la sacralità della proprietà), in ogni caso non sta mai con le mani in mano. Si deve morire lavorando. Il movimento, l’attività è nobilitante. Mi dice: ah da Roma venite! Dove c’è ricchezza ed abbondanza. Mi siedo, tiro dentro lo sgabello, dico: vieni sindaco barista, ti racconto una storia su Roma.

Personalmente sono attratta da quel rapporto con la terra, con il culto della fatica fisica, dall’amore per le tradizioni, nello stesso tempo mi fa paura il muro che ne consegue. Ma si cambia anche qui, malgrado tutto.

Al ristorante del paese ci serve una ragazza marocchina venuta su per assistere il padre. I bar al mattino sono quasi tutti chiusi. Al mattino presto dico, al mattino dei montanari e dei contadini. Le fabbriche chiudono anche qui. Prima si andava in seminario se si era figlio in una famiglia di altri sei o sette altri figli. Ad un certo punto i bimbetti se ne andavano in collegio dai preti. Vita dura. I genitori ti mandavano per farti campare, ci si vedeva due o tre volte l’anno, la prima settimana si piangeva, poi si viveva la vita di quei tempi, quella di una scelta sola. Non come adesso delle scelte infinite e delle infinite insoddisfazioni.

Si cambia anche qui ma qui il progresso fa paura, ha sempre fatto paura. Il progresso spietato dico. Il cambiamento. Il cambiamento spietato dico. Ecco ci sono luoghi dove ci sono quelli che vincono giocando sull’identità e c’è chi non ha ancora imparato a vincere sul cambiamento. Abbiamo bisogno di imparare a spiegare. Di usare parole che accompagnino, facciano vedere lontano. Queste cose le fanno i leader che si fanno corpo. La cui diversità sia nello stesso tempo accettabile e identitaria. È la presenza che fa la differenza. La tangibilità delle mani, soprattutto qui dove le mani sono il fulcro sacro (una signora ci ha raccontato che una delle loro sorelle si mozzò tre dita in un’arnese di una fabbrica, da piccola che si cominciava a lavorare a 14 anni, e la famiglia la mandò a studiare e fece una vita agiata, più agiata della loro e nessuno se lo aspettava perché aveva studiato per concomitanza non per scelta).

Non è semplice. Ma è necessario ritrovare quel modo di essere diversi ma rassicuranti. Soprattutto esserci.