L’Italia è un repubblica parlamentare (piaccia o no)

Post lungo, noioso e politico.

Prima facciamo campo libero.

Se siete zingarettiani penserete che Renzi non voglia andare a votare per paura di perdere il potere sul gruppo parlamentare scelto da lui quando era segretario.

Se siete renziani penserete che Zingaretti voglia andare a votare per avere i suoi gruppi parlamentari a prescindere dall’esito del voto.

Se siete calendiani non so come aiutarvi perché ancora sto indagando.

Bene, ora deponete le armi, tutti, e sedetevi sotto l’albero.

Appena dichiarata la crisi da Salvini ho subito pensato: andiamo al voto.

Se il Paese vuole questo è giusto che lo abbia. Il mio spirito maggioritario ha sempre il sopravvento perché sono geneticamente maggioritaria.

Ma il Paese non ha voluto questo. Non ha voluto una democrazia maggioritaria. Il Paese ha votato contro le riforme istituzionali per conservare l’attuale ordinamento: siamo una repubblica parlamentare. Gli italiani ogni 5 anni eleggono dei deputati che poi nel rispetto del loro mandato INDIVIDUALE sono chiamati a trovare maggioranze variabili per creare governi. Lasciamo stare che per come funzioniamo il mandato dei deputati non sia legato fortemente al proprio collegio. NON lo abbiamo voluto questo. Lasciamo stare che ognuno debba la “vita” al suo capocorrente: anche questo è frutto di una legge elettorale che consente troppi catapultati in collegi più o meno sicuri.

E’ così che funziona il Paese, perché la maggioranza degli italiani ha voluto così, quindi inutile berciare. Se Mattarella domani nomina Pinco Pallo presidente del consiglio e Pinco Pallo trova i numeri questo è giusto. Questo è il funzionamento che abbiamo voluto e questo va (socraticamente) rispettato.

E il Paese NON può tornare a votare appena un partito  che ha preso il 17% un anno fa, sembra avere il 40%.

E’ follia pura. E’ un costo. E se prende il 40% domani e poi esce dall’Euro e non siamo più d’accordo torniamo a votare di nuovo il giorno dopo? E chi lo decide? Non può funzionare così. Quando il presidenre degli Stati Uniti perde le elezioni di MidTerm si dimette? Ma quando mai! Nemmeno Renzi, il pericolo autoritario n°1 di tutti i costituzionalisti riuniti, è andato a votare dopo le europee al 40% e nel giro di pochi mesi è crollato intorno al 20%. Chi ci dice che Salvini tra 6 mesi non sarà di nuovo al 4% o al 20%? Nessuno. Per questo esistono delle regole che non possiamo disfare con l’istinto, ma al massimo definendo altre regole comuni e condivise.

Lo dico soffrendo perché io amo i governi che governano senza contratti di compromesso, mi piace il fatto che Obama abbia dato la sua impronta per 8 anni e ora ci sia Trump e so che dopo Trump ci potrà essere di nuovo un dem. Non mi piace Trump. Non mi piace Salvini. Ma mi piace la chiarezza, mi piace un governo che abbia l’opportunità di governare a lungo e poi di andare davanti agli elettori con una serie di cose fatte e non fatte. In Italia non si capisce mai perché le cose non funzionano, è sempre colpa di qualcun altro perché il sistema che ci siamo scelti non consente l’individuazione delle responsabilità o dei meriti. Non diamo tempo a nessun governo di farci vedere cosa sa fare e in questo modo nessuna forza politica si prende mai vere responsabilità e veri meriti. Tutti possono stare all’opposizione e contemporaneamente governare.

Ora ci vorrebbe maturità da parte di tutti che NON significa invocare un governo PD-M5S (che Dio ce ne scampi e liberi), ma capire se esiste un arco parlamentare che trovi una convergenza sui temi più urgenti: aumento Iva, legge di Bilancio, recessione in vista (ah quando dicevamo che le politiche automotive avrebbero messo in ginocchio l’Europa, ma stiamo a tutti a discutere di 500 migranti a largo di Lampedusa) e riforme istituzionali senza alcuna personalizzazione per regalare al Paese un nuovo corso. Mettiamo sul tavolo anche le riforme per dare governabilità al Paese, magari anche la Lega accetta e questa crisi si potrebbe trasformare in un’opportunità.

Perché Calenda (e Minniti) sui migranti si sbagliano (e anche sulla globalizzazione)

Quando leggo che i migranti non arrivano più e qualcuno del PD rivendica che il merito è di Minniti (per dire che non è merito di Salvini) non posso fare a meno di pensare a quanti ne muoiono nel Mediterraneo, a quanti sono nei lager libici di cui ormai abbiamo prove evidenti (che siano lager illegali o che siano lager di stato se in Libia di stato si può parlare) e di quanti si stiano incamminando dai loro paesi per arrivare in Europa. Per inciso quello che dice Calenda è vero. 

Dopo il tweet di ieri di Calenda sui migranti difficilmente integrabili e sugli arrivi diminuiti grazie a Minniti  mi ero ripromessa di affrontare il tema con un approccio diverso.

Siamo in un momento molto complicato rispetto alla questione migranti che sta apparentemente dividendo l’Italia, ma che in realtà vede i due fronti contrapposti non incontrarsi mai sullo stesso piano.

Mi spiego meglio.

  1. c’è un pezzo di Paese razzista che sta emergendo grazie alla violenza verbale che parte del governo sta scatenando
  2. c’è un pezzo di Paese che non si considera razzista ma che ritiene che i migranti siano troppi, che vi sia un’emergenza e che gli sbarchi vadano fermati, che alla fine le ONG facciano il gioco dei trafficanti. In questa parte di Paese si è andato collocando anche un bel pezzo di PD, tutta una schiera di personaggi che si sente “razionale” e “intelligente” davanti ad un effettivo (secondo loro) problema
  3. c’è un pezzo di Paese dichiaratamente antirazzista che appoggia e finanzia le ONG che vanno recuperano i migranti in mare e che non riesce a convivere con la propria coscienza pensando di non fare nulla per salvarli, ma che spesso non si concentra su cosa accade dopo

In realtà le 3 categorie di cui sopra, come sempre, sono molto fluide e più complesse di come appaiono. Se si frequenta il mondo senza starsene seduti solo nel proprio ambiente si scopre che spesso dietro al razzismo (come dietro all’omofobia) c’è la paura. La paura legata alla sicurezza, la paura legata alla concorrenza sleale sul lavoro (e questo vale sia per i lavoratori di bassa professionalità, ma vale anche per i commercianti), la paura legata alla diversità. Si scopre anche per esempio che la categoria n°2 è una categoria politicamente cinica (chiamiamoli i Calendaminnitiani) che ritiene che dicendo che gli sbarchi debbano diminuire in fondo si sta riconquistando un pezzo di elettorato da Salvini e che recuperandolo si tornerà al governo e si farà molto meglio di Salvini. C’è anche un pezzo nella 3 categoria che non si pone minimamente nei panni di questa maggioranza (stando almeno ai sondaggi) per cercare di capire cosa sta accadendo nel Paese. Ecco io penso che la soluzione sia solo nella terza categoria di persone (e che una volta trovata quella soluzione può: riconquistare alla ragione la categoria 2 e abbassare la presa della categoria 1).

Parliamo di questo.

E’ vero che abbiamo un’emergenza in termini di quantità? No. l’Italia ospita il 7% di stranieri NON nati in Europa e solo il 3% di nati in Europa. Per capirci: l’Olanda ne ospita il 9% di non nati in Europa e il 3.4% di nati in Europa (senza contare tutti i naturalizzati e le seconde generazioni che ovviamente sono olandesi, quindi non mi venite a dire: eh però le colonie!), la Germania l’8,8% e quasi il 6% di nati in Europa, il Regno Unito l’8,6% di nati fuori dall’Europa e il 5,5% di nati in Europa. Ripeto: senza contare chi è inglese ma viene da colonie, seconde generazioni, ecc. Mi direte: è normale, questi paesi sono molto appetibili, vanno meglio di noi, quindi è giusto che abbiano più immigrati di noi.

E’ vero che abbiamo un’emergenza in termini di migranti? Certo. E’ vero. l’Italia è stata fino a qualche anno fa un porto di passaggio. Il che significa che l’Italia, in quanto punto di approdo, riceve (riceveva) tutti i migranti a prescindere dalla loro nazionalità, religione, preparazione scolastica. Molti migranti passavano dall’Italia per raggiungere parenti già integrati in altri paesi. Molti migranti arrivati da soli e magari con livelli di alfabetizzazione bassi sono rimasti in Italia e il più delle volte sono finiti a fare i braccianti, i lavoratori in nero nelle nostre terre, nelle nostre fabbriche, nei nostri cantieri. O le prostitute sulle nostre strade. Insomma sono finiti ad alimentare una sorta di economia sommersa facendo quei lavori che gli italiani NON vogliono più fare. Aggiungo che abbiamo un enorme problema di applicazione della legge. Il tema non è se un negozio cinese evade il fisco o se un migrante compie un reato. Il tema è che gli italiani sono insicuri perché in Italia far rispettare le leggi a TUTTI sembra un miraggio.

Guardate questo è un passaggio importante. Nessun italiano vuole raccogliere i pomodori. Nessun italiano vuole pulire il culo di un vecchio. Nessun italiano vuole arrampicarsi su un cantiere edile. Nessuno per quella paga. Qui si apre tutto un mondo che coinvolge il reddito minimo e il reddito di cittadinanza. E’ tutto collegato. E’ collegato anche alla competitività. Mi spiego meglio: se io ho una fabbrica di alluminio e pago la manodopera più che in Cina sul mercato globale sono destinato a fallire. Quindi ho due opzioni: pago in nero e comunque di meno i migranti (o gli italiani se lo accettano…difficile) oppure voto un governo che mi garantisce dazi ai competitor cinesi. Queste sembrano essere le uniche due soluzioni. La destra e il PD dei calendaminnitiani vi dicono questo: la globalizzazione è un casino, ripensiamola e intanto siccome non possiamo gestire i migranti, blocchiamo gli sbarchi. Non siamo cattivi, ma è l’unica strada per salvare il nostro piccolo mondo. Anche Trump e Salvini (e Corbyn qualche sovranista di sinistra) possono iscriversi a quel partito, hanno l’unico difetto di essere maleducati rispetto ai primi due.

E’ questa l’unica soluzione? Chiudere tutto o pagare in nero la gente? Secondo me no.

Esiste un’opportunità a mio avviso e questa opportunità si chiama integrazione. Per assurdo l’Italia sta vivendo quello che gli altri Paesi hanno vissuto 20/30 anni fa solo che gli altri ne hanno approfittato mentre noi ci stiamo rotolando per terra disperati. Ci sono mestieri che gli italiani non vogliono più fare anche se sono pagati il giusto e in regola.

E’ un dato di fatto. Pensate all’appello di Fincantieri, ma basta chiedere a qualsiasi imprenditore di qualsiasi lavoro che richieda manodopera specializzata. Non è vero che in Italia non c’è lavoro altrimenti non ci sarebbe spazio per moltissimi mestieri che ormai fanno solo gli stranieri. Perché li fanno gli stranieri? Perché molti di loro vive un’altra epoca rispetto alla nostra e questo è un’opportunità reciproca. L’abbiamo vissuta anche noi emigrando all’estero o da sud a nord.

L’accoglienza in Italia è un business? Sì. Buttiamo una marea di soldi per dare un tetto e cibo da migliaia di migranti senza dare loro alcuna opportunità. Questo modello di accoglienza (che NON è un modello di integrazione se non in pochi casi) genera paura ed alimenta il razzismo.

Cosa dovrebbe fare l’Italia? Ripensare il suo modello di accoglienza. I centri di prima accoglienza siano veramente dei luoghi di riconoscimento veloce (mentre spesso sono luoghi di detenzione in cui si resta per mesi, se non per anni) e nascano piccoli luoghi di professionalizzazione e di insegnamento della lingua italiana in tutta Italia in stretta collaborazione con le aziende e gli enti pubblici. Magari che siano aperti anche agli italiani (sì, è vero, abbiamo ucciso le scuole professionali!) che volessero imparare un mestiere che poi dia opportunità di lavoro. Perché no? Stiamo perdendo (e questo certo non per colpa dei migranti) tantissima professionalità che era tipicamente italiana (la carpenteria, l’edilizia, l’artigianato, ecc) perché tutti vogliono fare lavoro d’ufficio e guadagnare tanti soldi (questo è quello che sta accadendo, è naturale che accada, perché stiamo vivendo un’altra epoca come popolo rispetto a quella che vivevamo negli anni 50/60).

Come facciamo a farlo se non lo facciamo nemmeno per gli italiani? Ottima domanda. Questa è LA domanda che dovremmo farci quando pensiamo al Paese che vogliamo. La soluzione della politica basata sul consenso immediato (l’approccio dei calendaminnitiani) è sbagliato, secondo me, perché parte da una posizione di difesa dello status quo, è una politica di resa. Serve una politica di visione che dica: i migranti in mare si salvano sempre, ma abbiamo un problema. Quel problema non si risolve chiudendo i porti o diminuendo gli sbarchi, ma si risolve ripensando il Paese. Ripensare il Paese davanti ai flussi migratori significa ripensarlo (e qui veniamo a quello che DEVE accadere) per tutti, anche gli italiani. Raccontare agli italiani che è meglio chiudersi, mettere i dazi, significa raccontare al Paese dei prossimi 3/4 anni. Raccontare al Paese che i flussi migratori sono la storia dell’universo, che vanno governati, che il Paese deve ri-dotarsi di un sistema scolastico professionalizzante, che la giustizia e il rispetto delle leggi devono essere veloci ed efficaci per TUTTI, che vanno individuate soluzioni e cambiamenti profondi che portino beneficio a tutti è raccontare al Paese i prossimi 20/30 anni.

 

 

 

Questi mondiali femminili

Questi mondiali femminili mi stanno evocando un sacco di ricordi.
Quando ero piccola vivevo per il calcio. Ho sognato di giocare a calcio dai 3 ai 10 anni e ci giocavo ogni giorno per strada, sull’asfalto, in un piccolo paese del bergamasco.
A torello, a squadre, a gara di palleggi.
Ero l’unica femmina.
A scuola ogni tanto non mi facevano giocare solo per il fatto che ero femmina. 
Un giorno all’oratorio l’allenatore dei pulcini mi convinse che potevo entrare nella squadra dei maschi che non c’erano regole precise, l’unico problema erano gli spogliatoi.
Mi mandò a casa con una sacca con la divisa e gli scarpini e rassicurazioni per mio padre che avrei fatto la doccia nei bagni degli arbitri.
Immaginatevi la faccia di mio padre e la fine che fece quella borsa di tela piena di cose preziosissime che avevo desiderato per anni.
Poi ho giocato a calcetto, allenato una squadra amatoriale (Elisa Valeria e Giu Bucky voi ve lo ricordate di sicuro) quando la spalla lussata non mi ha più permesso di giocare.
Quando vedo queste ragazze 20 anni dopo urlare gli inni delle loro nazionali mi viene da piangere, sono quello che viene dopo, quello che poi ce la fa, quello che viene dopo le nostre lotte a mani nude contro padri, oratori, cultura, strada. Contro tutti.
Orgogliosa di voi #ragazzemondiali

Diario di bordo di un tutore e di un migrante non accompagnato #7

E’ tutto molto complicato a volte.

E’ complicato fare il tutore di un minore migrante che dopo un lungo viaggio, le botte in Libia, mesi a non fare nulla in centri di prima accoglienza non siamo alla fine riusciti a recuperare.

Non che Y abbia fatto nulla. Semplicemente NON ha aderito ad alcun progetto che la scuola, noi, i servizi sociali, la casa famiglia gli ha proposto.

Ho pensato a lungo se concludere il Diario di un tutore migrante non accompagnato che avevo iniziato mesi fa raccontando che questa storia, almeno per ora, non ha un lieto fine.

E’ una storia che i razzisti che infestano l’Europa useranno contro l’accoglienza, ma è una storia che voglio raccontare perché se vogliamo (da sinistra) cambiare verso a questo tempo, questa storia è la storia che va studiata. L’accoglienza è difficile, l’integrazione è difficile.

Se è complicato crescere i propri figli (non farli finire nei guai, non farli drogare, non farli perdere negli anni più delicati), figuriamoci farlo con qualcuno che incontriamo quando ha 16 anni e che viene da un viaggio terribile e da condizioni sociali spesso drammatiche.

E’ questo il passaggio che dovremmo capire come comunità: il tema non sono gli sbarchi, il tema è l’impegno che mettiamo per integrare chi arriva, per dargli un’opportunità, per farlo fidare di un paese straniero, di gente che parla una lingua diversa, che ha religione diversa spesso, che ha culture diverse. Manca la fiducia.

Ci si fida dei propri simili, lo facciamo tutti. Ci si fida di quello che si conosce, lo facciamo tutti. Ci si fida delle persone con cui siamo cresciuti, lo facciamo tutti.

Magari questo non è il finale, magari ci vorrà più tempo per portare Y su una strada utile per la sua vita. Ho tentato spesso di dirgli di studiare pensando all’Y di domani. Ma mi sentivo sempre un po’ ridicola nel farlo. Ma chi di noi lo ha fatto? Chi di noi ha mai agito a 17 anni pensando alle storie dei padri e dei nonni? Nessuno.

Se mai la sinistra tornasse al governo potrà farlo soltanto guardando in faccia i limiti enormi del processo di integrazione che deve essere più efficiente e più rapido. Non si può tenere un 15enne fermo quasi un anno in un centro di prima accoglienza. E’ dal giorno dopo che deve iniziare a studiare lingua, leggi, un mestiere. Solo così gli daremo un’opportunità di fiducia: se noi ci dimostriamo affidabili. Un paese che tiene un 15enne fermo a non fare nulla per un anno è un paese che non funziona, un paese inefficiente e che spreca risorse. La strada non è quella di Minniti e di Salvini. Non sono gli accordi con la Libia, la strada è quella di fare funzionare il paese. Come dicevo ieri ad un’amica commerciante che si lamentava dei negozi stranieri: tu non ti stai lamentando degli stranieri, ti stai lamentando dell’assenza dello stato che vale per tutti. Italiani e stranieri. O ripartiamo da qui o Salvini e i sovranisti avranno sempre le praterie della semplicità: se non riesci a risolvere il problema (e loro manco ci si vogliono mettere), eliminalo. La sinistra deve essere quella del coraggio di affrontare il problema, non avere paura di ammetterlo come fa spesso e trovare soluzioni per risolverlo. In Danimarca la sinistra ha fatto questo: non è passata a destra. Ha semplicemente ammesso il problema (conflitto tra migranti e classi sociali meno abbienti) e ha dichiarato finalmente di volerci mettere mano.

 

50 anni di Pride

50 anni di Pride.

50 anni di battaglie, di dolore, di lotta, di pianti, di vittorie e di sconfitte. In tanti paesi la legge ha determinato la piena parità…ma se guardiamo al mondo ci sono luoghi dove non solo la piena parità ancora non c’è, ma omosessuale fa rima con tortura e di pena di morte.

La strada è ancora lunga, non dobbiamo guardare solo a noi, ma all’intera comunità.

Se una cosa ci hanno insegnato le trans che quel giugno del 1969 a Stonewall, New York, si ribellarono alla violenza della polizia è che questa lotta è una lotta di resistenza, di ribellione e di colore.
La nostra lotta è stata anche ribaltamento dello status quo, rivoluzione dei costumi per dimostrare che la felicità non passa quasi mai per l’educazione e per il conformismo. Ricordatevelo: mai. Disobbedite.
L’ho pensato anche io per tanto tempo che la strada giusta fosse il conformismo, il conformarsi, ma ogni libertà, ogni diritto, ogni avanzamento è sempre passato per uno scandalo (lo sapete che anche il caffè e la forchetta quando vennero introdotti vennero considerati elementi malefici e demoniaci??). Lo scandalo è quando qualcuno storce la bocca. Oggi anche dire “mia moglie” è uno scandalo (io ogni volta inciampo ancora sulla parola, io che non ho mai paura del mio coming out).
Anche dire “amo Dino” è uno scandalo.

Fate scandalo, siate voi stessi, siate felici. Che siate gay, etero, bisessuali, trans…siate voi stessi fino in fondo e siate felici. Siamo una delle poche minoranze che ha ottenuto diritti senza bombe, senza violenza, senza sangue. Siamo orgogliosi anche di questo: di essere sempre quelli che spiegano, testimoniano con il corpo, sorridono anche quando è complicato.

Buon Pride a tutti e tutte e tutt*.

Se siete di quelli che lunedì si chiederanno perché.

La risposta è qui:

Questa mattina (sabato 25 maggio 2019) la prima notizia su tutti i giornali italiani on line alle 11:30 è che un miliardario americano vuole comprarsi una squadra di calcio italiano. La rappresentazione plastica di un disastro alla vigilia di elezioni importantissime. E non ditemi che è una notizia da silenzio elettorale. Vi prego.

Sul NY Times prima notizia: dimissioni di Teresa May

Su El Pais: le elezioni di Madrid

Sul Times: tema dimissioni di Teresa May

su Le Monde: le elezioni europee

Non continuo perché è umiliante e mi vergogno.

Elezioni europee 2019: cosa votare

Il mio voto per domenica Collegio Centrale (lLazio, Marche, Umbria, Toscana):

Voterò Più Europa ed esprimerò preferenze per: Emma Bonino Francesco Mingiardi (che ha denunciato fin dai tempi di Minniti gli accordi con la Libia e lavorato con la squadra dei radicali Roma su tutti i temi scottanti di Roma dal bilancio all’Atac), Silvja Manzi

Se proprio dovete votare PD, voterei: Simona Bonafè, Bartolo.

Se votate La sinistra: Marilena Grassadonia

ALTRI COLLEGI:

Collegio Nord Est, per Più Europa: Pizzarotti e Manzi.

Collegio Nord Ovest: per Più Europa Della Vedova, Manzi. Se dovete votare PD Irene Tinagli e Pierfrancesco Majorino e Daniele Viotti

Collegio Sud, per più Europa: Francesco Galtieri, Manzi.

Collegio Isole, se dovete votare PD votate Mila Spicola e Bartolo.

IN TUTTI I CASI ESPRIMETE UNA PREFERENZA, NON VOTATE SOLO IL PARTITO.