Voglio andare a vivere…

7 marzo 2011 § Lascia un commento

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Riflessione sulla conferenza delle donne del PD.

24 gennaio 2011 § 8 commenti

Detesto i ghetti, da sempre.

E’ una storia molto lunga che risale al mio coming out e al mio primo ingresso (di curiosità) in un’associazione omosessuale (questa la sanno in pochissimi, in ogni caso avevo 20 anni) a cui seguì un’uscita ancora più rapida (il giorno stesso) e la scelta di vivere la mia diversità nel mondo che il destino mi aveva assegnato e non in un mondo finto e ricostruito ad arte dove potessi fare la doppia vita (adesso ho un’opinione molto diversa dell’associazionismo, ma allora fuggii a gambe levate)

Alla fine il mio mondo me lo sono cambiato intorno con l’amore e caparbietà ed oggi lo considero bellissimo. E non da sola, che da soli non si va da nessuna parte.

Venerdì sera ho partecipato alla prima parte della costituzione della conferenza delle donne PD Roma.

Due rapide osservazioni: la quasi totale assenza di maschi (posso elencarne tre se volete), il mio segretario adorato che parla e poi se ne va e la costituzione di due commissioni tutte fatte da donne, sul cui voto mi sono astenuta (da sola). Sull’assenza dei maschi la colpa la dò al 50%. A chi non ha fatto fuoco e fiamme per avere gli eletti romani presenti. E ai maschietti che ovviamente si sono ben guardati dal venire in questo covo di streghe.

Ho parlato quando la sala era quasi vuota e ho aperto con una battuta, ho detto: mi sembra di stare al congresso di arcilesbica, viola compreso. Ovviamente per me non era affatto una battuta cattiva, ma era una riflessione ironica anche in risposta ad un certo intervento autorevole che poi leggerete.

Ho continuato dicendo che mentre le donne del partito si stanno tirando i capelli per decidere la portavoce (di cosa? visto che non tutte le donne sono d’accordo e visto che la maggioranza dei posti dove si decide sono occupati da maschi?) i maschietti stanno decidendo chi tra Astorre, Gasbarra e Montino farà il segretario del PD Lazio e  a come convincerci che ci vuole esperienza per governare il partito della nostra regione, esperienza che alla fine hanno solo i vecchi e maschi.

Mi sono permessa di tirare le orecchie all’autorevolissima Silvia Costa, donna intelligente e che ammiro molto su alcuni temi, ma che ogni volta che interviene ci tiene a ribadire che il partito ha perso tempo su questioni radical-chic e fricchettone (leggasi le questioni omosessuali) trascurando famiglie e donne. La Costa non si è certamente accorta che a fare la battaglia sugli asili nido, tagesmutter del suo progetto compresi, furono i gay candidati alle regionali del Lazio e che nessun politico cattolico o candidata “di vecchia data” fece altrettanto. La Costa non sa che riconoscere i diritti ad una coppia omosessuale è una battaglia di civiltà e non da “fighetti”.Ha ragione quando dice che abbiamo perso fin troppo tempo a parlarne, ma vorrei che riconoscesse che la responsabilità di questa perdita di tempo è tutta di quelli che dicono di no ad una cosa che altrove, in Europa per esempio dove l’abbiamo eletta e spedita, fanno. Dica di sì così andiamo oltre e…veramente, una buona volta, si renda conta che i gay non sono dei ricconi borghesi che abitano a Monteverde vecchio, ma fanno anche gli operai a mirafiori, fanno figli, assistono i propri vecchi e prestano le cipolle alle vecchie vicine di casa. Tra l’altro i toni che usa Silvia Costa sono gli stessi dei maschi dei circoli inglesi che con tanto di sigaro in bocca liquidavano le suffragette come delle povere pazze minoritarie sostenendo che le donne non avevano alcun bisogno e voglia di votare.

Mi sono permessa di ricordare che decidere se dare o no soldi alle scuole private (e in quale forma e in quale contesto) è fattore dirimente di una politica al femminile.

Vorrei che le donne del mio partito cominciassero a dare gomitate nel partito. Non nelle conferenze. Voglio che i temi delle donne vengano obbligatoriamente trattati nelle sedi preposte, non delegati ad una conferenza.

Inoltre mi chiedo.

Sono una donna. Voglio fare politica. Sto già facendo troppe cose e non voglio accumulare inutilmente altre cariche o impegni perché vorrei fare poche cose e farle bene (e confesso ancora non mi riesce visto che ho un lavoro che mi occupa più di 10 ore al giorno). Se non sono nella conferenza non sarò più autorizzata a parlare di donne? Dovrò avere il patentino? Se domani decido di candidarmi a qualcosa, qualsiasi cosa, devo chiedere loro il permesso per essere una candidatura “donna”? Malgrado la buonissima fede di molte democratiche che stanno costruendo questo luogo per la disperazione dell’arretratezza che tali questioni hanno nel nostro partito, sono molto preoccupata che la conferenza divenga un luogo rosa dove applicare la rigidità correntizia.

Ma.

Siccome ribadisco la stima e la fiducia per molte che ci stanno lavorando prometto la mia totale collaborazione (di manovalanza) e soprattutto la mia sospensione di giudizio. Implorando però che non diventi un ufficio “timbra” pratiche femminili. Io continuerò a fare il mio senza chiedere il permesso. Come fanno gli uomini. In sostanza.

p.s. dire donna…ehm (devo insegnarlo io alle postsessantottine?), non significa dire famiglia e bambini….dire donna è dire libertà…anche di essere single, anche di essere libertina, anche, santo cielo, di essere lesbica. Impariamo a rispettarci.

La Famiglia è in pericolo, la destra clericale la sta uccidendo.

8 novembre 2010 § 12 commenti

Bisogna aiutare la Famiglia. E’ vero.

Bisogna aiutare in particolare le famiglie con figli e numerose. E’ vero.

Sposarsi equivale ad essere più predisposti alla procreazione?

No. Alla stabilità? No, a giudicare dai dati sciorinati dallo stesso Giovanardi alla Conferenza sulla Famiglia.

“Nel 1972 i matrimoni sono stati 419 mila contro i 246.613 del 2008. Il tasso di natalità è sceso a 1,42 figli per donna contro il 2,3 per le donne straniere. Negli ultimi anni sono aumentate le separazioni legali e i divorzi. Nel 2008 le saparazioni sono state 84.165, in crescita del 3% rispetto al 2003, mentre i divorzi sono stati 54.351 con un incremento del 23% rispetto a 5 anni prima. Il 70% delle separazioni e il 41% dei divorzi riguarda coppie con figli.”

La verità è che se abbiamo a cuore la famiglia dobbiamo aiutare le donne. Non si fanno figli perché le donne lavorano più che prima. Questa destra ritiene che con più incentivi le famiglie sarebbero meno povere, le donne se ne starebbero più a casa e quindi farebbero più figli.

NO.

Le donne lavorano perché il mondo è cambiato. Punto e senza stare a menarla tanto. Si chiama progresso, se non lo capite siete vecchi. Fare la mamma e la casalinga è bellissimo. Ma deve essere una scelta, non una dimensione culturale.

Noi dobbiamo aiutare l’Italia a crescere, a fare bambini. Dobbiamo aiutare le famiglie a formarsi, non sancire la superiorità di un nucleo presistente. Non dobbiamo pagare la formazione o il mantenimento delle famiglie (niente aiuto ai divorziati, anche se hanno 4 figli…bella roba!).

1) paternità obbligatoria

2) adeguamento a Lisbona per gli asili nido

3) asili nido obbligatori in tutte le aziende sopra i 50 dipendenti e cooperative di più aziende limitrofe.

4) penalizzazione del mancato pagamento degli alimenti (così, santa pace aiutate i bambini!)

5) investimento nella scuola pubblica e taglio totale di contributi a scuole private a meno che non vadano in zone disagiate a sopperire alle mancanze di Stato.

Non esiste contrapposizione tra gay e famiglie, se proprio qualcuno vuole chiederlo. In Italia ci sono coppie omosessuali, magari regolarmente sposate all’estero che hanno figli. Dimostratemi, che in caso di disagio sociale, non vadano aiutate.

IL figlio di due donne, magari in difficoltà economiche non ha gli stessi diritti? Rivoltate il problema, pensate ai bambini, non ai vostri pruriti estremisti che devono soddisfare qualche altro estremista in gonnella. Non sapete niente delle famiglie. Non sapete dell’amore, dell’affetto, delle relazioni che costruiscono una famiglia.

Vergognatevi. State uccidendo la famiglia.

Bolzano. Dove nascono i bambini.

16 ottobre 2010 § 1 Commento

Ci sono i servizi. E i bambini nascono. Lapalissiano, banale, bello da sentire perché è la dimostrazione che come la pensiamo da sempre, qui (ne abbiamo parlato a bizzeffe per anni), FUNZIONA.

I servizi costano? Bolzano è a statuto speciale? Però, forse, i soldi li sanno usare. Non voglio più accettare di sentirmi dire: non ci sono le risorse. Per Roma, nel 2013, dobbiamo pensare non a come mantenere un sistema, ma a come rivoluzionarlo.

E’ così che si difende la Famiglia (o le famiglie per chi come noi non è estremista). In nessun altro modo al mondo.

Per rifarvi gli occhi e ritrovare la speranza, leggete qui.

Carissima Emma Marcegaglia (dall’Unità del 29/09/2010)

30 settembre 2010 § 2 commenti

osservo con attenzione quanto sta accadendo in questi mesi. Lo faccio con gli occhi di colletto bianco metalmeccanico, ma soprattutto con quelli di chi dedica il tempo libero all’attività politica.

Mi preoccupa la tensione e la chiusura con cui viene affrontato (anzi NON viene affrontato) il dialogo, come sempre in Italia quando si parla di lavoro e del suo ordinamento.

Ho 34 anni e sono ingegnere. Sono donna. Sono lesbica e come le dicevo faccio politica, lo faccio anche e soprattutto perché in questo Paese vivo e subisco una discriminazione.

Sono stata a casa in malattia, in sette anni, molto poco. Tutte le volte nessuno se ne è accorto, tranne una volta che avevo la febbre altissima. Durante il post operatorio della spalla, anni fa ormai, ho continuato a lavorare da casa, con il PC. Nessuno me lo chiese. Lo feci perché tra me ed il mio datore di lavoro (il mio capo, visto che si tratta di una multinazionale) c’era un patto sociale di fiducia e stima.

Quando mi sono trasferita in giro per l’Italia la mia azienda mi ha considerato sposata trattandomi economicamente come tale, benché, ovviamente io e la mia compagna non avessimo uno straccio di carta che sancisse la nostra unione (“tranne” un mutuo trentennale ed un certificato di residenza).

Eppure le aziende cambiano. Sono fatte di uomini e donne (meno spesso di donne ed ora ci arrivo). In tempi di crisi, spesso, si pensa di affidare le aziende a personalità forti, dominanti, accentratrici liquefacendo le responsabilità della managerialità diffusa e, automaticamente, perdendo quel patto sociale di reciprocità (professionale, fedele e entusiasmante) che c’era prima di allora. Le regole, insomma, così fragili ed in mano a chi le applica, magari all’insaputa di chi dirige dall’alto. Anzi, questo lo potrei giurare.

Ho visto donne, della mia età, piangere nei bagni alla notizia di aspettare un figlio. Ho sentito manager fare battute su froci e donne. E’ modernità questa? In un qualsiasi paese moderno la donna non avrebbe pianto. Il manager sarebbe stato licenziato.

Non ho visto donne fare carriera come gli uomini. Forse per i motivi di cui sopra, forse, come sappiamo tutti, perché un uomo incapace di gestire le persone o di interpretare correttamente il business si trova sempre….una donna incompetente non si trova mai.

Non ho visto aziende, in Italia (tranne rarissimi casi) riconoscere ufficialmente le coppie di fatto, quasi a voler lasciare tale riconoscimento alla bravura ed al valore del manager. Cioè: se non sei un bravo manager non riconosceremo la tua unione, quindi il riconoscimento assume forma premiante e non di diritto.

La verità è che il grande assente, in questo dialogo, è la politica. Non faranno mai carriera le donne anche introducendo, come chiesto da lei di recente, le quote rosa nei consigli di amministrazione (se le immagina escort e veline sedute lì a farsi le unghie? Io sì…le quote rosa devono esistere a tutti i livelli aziendali), finché la politica non si prenderà cura di gestire la maternità sollevando la donna di tutto il peso di prolificare. Quando un manager uomo di alto livello dovrà fare 6 mesi di paternità obbligatoria, restare incinta sarà una responsabilità condivisa. Quando ci saranno nidi per i bambini, avremo un Paese giusto dove né l’imprenditore, né la donna, dovranno farsi carico da soli della maternità.

In fabbrica, la paura, mi creda è la stessa: quella di non potersi fidare di questo cambiamento, di vedere aprirsi un abisso di elasticità mal gestita all’interno della fabbrica e poi, una volta fuori, non avere alternative. Il sindacato in questi anni ha spesso abusato di un diritto. Molti medici hanno prodotto certificati falsi. A volte si è difeso chi non era adempiente, invece di isolarlo difendendo davvero gli altri lavoratori. E’ vero. E nel frattempo in altri luoghi non ha nessuna importanza se stai male davvero o se sei incinta. Sei fuori e basta e parlo dei nuovi giovani, dei nuovi assunti, dei contratti che vengono fatti oggi. Non di quello che ho firmato io sette anni fa e di cui oggi discutiamo.

Ma la flessibilità, mi diceva un giornalista danese, deve vivere con la sicurezza e quella la offre lo stato sociale. La responsabilità comune di Confindustria e sindacati, oggi, se davvero vogliamo modernizzare il mondo del lavoro, è smettere di combattere gli uni contro gli altri e sancire già ora un patto tra lavoratore e azienda (chi usa ancora la parola padrone è fuori dal mondo) e insieme chiedere alla politica di preparare le basi, gli strumenti, la visione affinché un rapporto di lavoro flessibile sia anche sicuro. Senza dimenticare che un’azienda moderna non può prescindere dalla parità di genere e dal riscontro della felicità dei suoi dipendenti. Altrimenti non sta modernizzando. Sta solo semplificandosi le cose.

Stiamo andando in quella direzione? No, mi creda. La politica, quella che tanto plaude (e governa) è immobile e non fa nulla per aiutare questo processo sul versante sicurezza. Le aziende non sono tutte così convinte che modernizzare in termini di parità di genere sia giusto. Allora fermiamo tutto. E aspettiamo che ci siano le condizioni politiche e aziendali e se non c’è tempo facciamo in modo che la politica si sbrighi. Serve una rivoluzione, ma fatta da un patto sociale collettivo: azienda, lavoratori, politica. Se anche solo un attore non si siede al tavolo e non si prende le sue responsabilità, falliremo.

La trovate qui.

Il Bilancio di Roma: asili nido o parrocchie?

21 giugno 2010 § 13 commenti

Oggi Alemanno presenterà il bilancio.

Dichiara che sarà una manovra da lacrime e sangue, ma promette che il biglietto dell’autobus non aumenterà, come se intorno a 20 centesimi di euro di un biglietto che usano prevalentemente i poveri, gli immigrati e qualche resistente si giocassero i destini della città.

In un trafiletto accanto al pezzo (su Metro) Alemanno regala un terreno per l’edificazione di una Chiesa e dichiara che a breve saranno edificate ben 51 nuove parrocchie (pare in periferia). Specificando che comunque è una decisione presa da tempo (cioé se vi sta bene guardate come sono bravo che sono felice, se non vi sta bene è comunque un’eredità del precedente governo).

Scommetto che a nessuno di noi verrà in mente di chiedere di disporre quelle risorse in asili nido o altre strutture di servizio che possano essere utili alla comunità ed agli abitanti di periferia.

Tanto per essere chiari di milioni di euro stanziati in edilizia ecclesiastica si vantava anche il consigliere regionale del PD Astorre, confermato come il più votato all’ultima tornata elettorale con più di 22.000 voti (e questo sempre perché le centinaia di migliaia di persone che votano PD si dimenticano di esprimere la preferenza!!!)

Quini vorrei premettere che non ne faccio una questione di parte. Bensì una questione di merito.

Non sarà il caso, di chiunque sia la competenza, di allocare le risorse al meglio per la città?

Con migliaia di bambini fuori dalle graduatorie dei nidi o peggio che nemmeno si sono messi in corsa per accedervi, non sarà che ci servono asili nido? O fondi per farli funzionare al meglio e non ad intermittenza o part-time?

Con la città che sembra una pattumiera a cielo aperto, non sarà che serva potenziare l’AMA?

Con la città congestionata dal traffico non sarà che sia necessario ripensare la viabilità, il trasporto pubblico, la logistica, il sistema semaforico?

Con la città con periferie insicure ed insalubri, non sarà che dobbiamo intervenire? Per esempio la scuola di Muratella piantata lì, la finiamo? Nei campi nomadi smetteranno di bruciare copertoni e i bimbi rom potranno abitare un campo normale ed andare a scuola?

I prati dei parchi saranno curati in modo da tornare a riempirsi di bimbi e non di ubriaconi sulle panchine (vedi Villa Flora, XVI municipio)?

E la cultura? Roma sembra morta su se stessa. Si autocelebra il resistente, non nasce nulla di nuovo. La decadenza totale.

Sempre per sgombrare il campo da ogni accusa di partigianeria, sono consapevole che la nostra idea di Roma debba essere una forte evoluzione anche rispetto al modello Roma di quando abbiamo governato. Un ripensamento generale di equilibri ed obiettivi. Un’idea diffusa di città e meno concentrata in cattedrali monotematiche. Insomma. Una città e non un insieme di nodi di eccellenza.

Una città, insomma.

Questa destra ossessionata dai gay. Vogliamo ricominciare a parlare di asili nido?

31 marzo 2010 § 5 commenti

Il primo pensiero di Cota va al Gay Pride di Torino.
Pare che toglierà il patrocinio della Regione. Ho in mente che sarà un Pride ancora più partecipato dell’anno scorso e consiglierei un passaggio colorato in Val di Susa…magari la sera prima.
Esempio di unità e compostezza dove l’anno scorso accanto a Francone (che per fortuna non è qui a vedere questo scempio) c’erano gli operai di Mirafiori in uno dei primi esperimenti di trasversalità da diritti civili e sociali. Ma si sa, i Pride, non sono luoghi frequentati dalla destra xenofoba ed omofoba dalle molte facce, se non di nascosto, o di notte. Togliere il Patrocinio al Pride è atto simbolico di prepotenza, genuflessione al pensiero unico clerical-manzoliniano, espresso su Rai Uno da un pò rete ufficiale della discriminazione politica e civile. Atto sciagurato che tradisce la cosiddetta maturità della Lega di Terza Generazione (che non è roba di ferro celodurista). Quella Lega che si vorrebbe cambiata dagli editti che potete ricordare qui:
http://www.leganord.org/ilmovimento/manifesti2006.asp (se andate più indietro è sempre peggio)

Stupidità. Poca furbizia che non è all’altezza delle destre europee che quando vanno al potere si guardano bene dal togliere i diritti civili acquisiti. Non li hanno concessi loro, stanno lì, non se ne parli più ed ora vi facciamo vedere cosa facciamo per i lavoratori e l’economia eccetera eccetera.

Tutta questa ossessione esteriorizzata ha due nature: copre una omofobia riflessiva e soprattutto nasconde l’incapacità di mettere in campo una vera politica per la famiglia.

Ne abbiamo avuto prova in questa campagna elettorale io e Luca Sappino di SeL invitati in TV contro due dello schieramento opposto che alla parola famiglia della giornalista sono saltati a fare gesti apotropaici contro gli omosessuali affrettandosi a dare la giusta definizione enciclopedica (e biblica) della Sacra Famiglia. Con molto candore io e Sappino siamo tornati a parlare di asili nido, parità di genere e lavoro dicendo loro che non avevamo nessuna voglia di parlare di omosessuali. O non solo.

E’ qui che si manifesta la nostra incapacità di risposta politica, qui che un segretario dovrebbe reagire e tuonare difendendo la comunità LGBT torinese che si è battuta (unica in Italia e compatta…forse per questo viene subito epurata dai favori della Regione? Eppure Cota era stato chiamato dalla comunità…) per la vittoria di una candidata per cui valeva la pena. Noi dobbiamo smascherare la loro inettitudine, il loro marketing rovesciato (parlare contro per apparire pro).

Lì si sono incuneati e molti poi “fanno” o semplicemente “ci sono” e sono “toccabili”. Noi non ribattiamo. Non ci possono toccare nel senso di mano sul braccio. E ultimamente lì, in quei luoghi dove stravincono, come dicevamo stamane, non ci siamo proprio.

Dove sono?

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