Roma: l’errore che non dobbiamo fare.

Ho letto l’analisi su Roma che Lorenza Bonaccorsi ha scritto per l’Unità e penso una cosa: facciamo un errore se l’analisi su Roma e il suo disastro lo liquidiamo dando tutte le colpe ad Alemanno e poi diciamo che l’esperienza Marino non è stata in grado di gestirne i danni.

Non posso essere d’accordo. Siamo sicuri che la macchina amministrativa che non funziona sia cominciata con Alemanno? Che Ama e Atac prima di Alemanno erano aziende virtuose? E come si interviene in aziende così grandi se non con una ristrutturazione profonda, ma lenta, che almeno in Ama per esempio era ed è cominciata? Chi dice che non avere affrontato prima il tema di Malagrotta non abbia comportato esattamente ciò che poi è successo: difficoltà a far ripartire a Roma un ciclo virtuoso dei rifiuti? 

O che i vigili urbani o la macchina amministrativa non abbiano dei limiti da più di questi sette anni? Che anche il centro sinistra non abbia usato le municipalizzate a proprio uso e consumo? Come possiamo non parlare di Mafia Capitale e della responsabilità macroscopica che arriva anche dalla nostra parte? Siamo sicuri che l’Auditorium sia un modello culturale che parla a tutta la città o non vogliamo piuttosto guardare alle esperienze fatte in altre città dove la cultura è seme da diffondere e non da chiudere nelle cattedrali che poi diventano i luoghi dove celebrare in outdoor i salotti? Penso per esempio a Torino. 

Siamo sicuri che ad una città che avesse avuto una visione dopo due mandati come quello di Rutelli e Veltroni sarebbero bastati un Alemanno qualsiasi per cadere in mille pezzi? Mi hanno insegnato che un vero manager si giudica da cosa resta quando se ne va non dai risultati immediati. E siamo sicuri che che in mezzo al terremoto di Mafia Capitale e alle emergenze che ci sono state tra integrazioni e conti da risanare, era facile costruire una visione che non fosse il salvataggio? Questa è una domanda seria, me la sono posta spesso.

Chi ha deciso di concentrare il tema dell’integrazione in macro blocchi nelle periferie? Il business dell’emergenza dell’accoglienza quando è nato? Non siamo giusti nei confronti di Roma se non analizziamo bene gli ultimi 21 anni con coraggio. Non sto cercando responsabilità personali dicendo queste cose, ma ritengo necessario riflettere profondamente su cosa sono stati a Roma gli ultimi decenni. Solo facendo un’analisi laica di questo periodo, senza autoassolvere nessuno o puntare il dito solo su alcuni, Roma può ripartire e rinascere. Perché la verità è che Roma non deve tornare ad essere quello che era nel 2000. Roma deve proprio tramutarsi in Capitale Europea, non lo era nel 1998, non lo era nel 2002, non lo è oggi. 

p.s. Non mi soffermo sull’esperienza Marino, l’ho fatto spesso ed è noto come la penso. Non voglio nemmeno dilungarmi sul rapporto tra Marino e il PD.

Tor Sapienza. O Muratella. O eccetera eccetera. Storia di una città dis-integrata.

Non ci vuole un genio per capire che i profughi, in particolare i minorenni orfani, stanno pagando colpe non proprie. Non ci vuole un genio nemmeno per capire che era scontato che se il sindaco fosse andato a Tor Sapienza A D E S S O sarebbe stato fischiato. E’ giusto. rappresenta le istituzioni. Non si sta prendendo i fischi perché è antipatico o poco empatico come qualche imbecille continua a ripetere sui “problemi” tra il sindaco e la città. Si è preso i fischi della vecchia DC, di Rutelli, di Veltroni e di Alemanno. E della crisi. E del fatto che Roma sta ospitando da anni e male una quantità di disperazione che proviene dai balcani e da poco tempo dal Mediterraneo. Questo lo dico all’intellettuale Francesco Merlo. Lui può passeggiare per Tor Sapienza a parlare con la gente, eviterei fossi in lui di fare il radical chic da salotto sostenendo che il sindaco doveva fare due passi con lui a Tor Sapienza.

Non ci vuole un genio per rispondere a Gad Lerner che dà dei “borgatari razzisti” agli abitanti di Tor Sapienza. Nessuno di noi ci andrebbe a vivere a Tor Sapienza. E nemmeno a Ponte Mammolo dove sono stata a Natale scorso con Sant Egidio. Non c’era nessuno, poi all’improvviso ho visto che lungo il fiume c’era una città di baracche e sono spuntate decine di persone per venire a cenare. Dal nulla. Dal fiume. Impossibile gestire la convivenza nel degrado. Impossibile continuare ad ignorare il “come” accogliamo tutta questa gente e il “come” facciamo vivere tanti abitanti delle periferie.

Basta fare una ricerca su google per capire che il problema di Tor Sapienza non sono 100 profughi, non sono poche decine di orfani minorenni. Basta studiare la città, ascoltarla, per capire che ci sono situazioni abbandonate da anni di impossibilità di convivenza dove le razze non c’entrano nulla o sono solo scusa per “distinguere” e quindi discriminare, perché la discriminazione è esattamente questo: io qui tu là. Io buono tu cattivo. Io bianco tu nero. Io cattolico tu musulmano. Io etero tu travestito.

Posto una serie di materiale (lo faccio in modo acritico, basta fare una ricerca su google per date) che si trova sul web su Tor Sapienza e che descrive la situazione di degrado sociale che va avanti da anni, posto random materiale appositamente precedente all’insedimento della Giunta Marino.

Qui un video del 2009 che fa riferimento al 2007 e al degrado denunciato.

Qui un articolo del 2011.

La lettera di un cittadino nel 2012.

Non ci vuole un genio per capire, poi, che qualcuno sta soffiando sul fuoco da destra e sinistra. LO stesso soffio dell’autunno caldo. Soffio di prossime elezioni come qualcuno sostiene, così tutti scaldano i motori e alimentano la dialettica. Gli scontri. Gli estremi. Le disperazioni.

Non ci vuole un genio per capire che alcune delle nostre periferie vivono condizioni di degrado acuite dai troppi insediamenti irregolari. E’ necessario trovare una quadra che concili accoglienza e convivenza. Non funziona né mandare via tutti o non fare entrare più nessuno, né accumulare baracche intorno alle periferie. Ed è altrettanto chiaro che il sistema di accoglienza dopo la crisi dei balcani prima e quella del Mediteranneo adesso, va totalmente ripensato a livello europeo. Non basta un sindaco. E nemmeno un governo. Ed è inaccettabile che un sindaco diventi capro espiatorio anche dei cosiddetti intellettuali da salotto di problemi generati da altri e la cui soluzione è in mano a livelli molto più alti.

Ovazione per Veltroni (contestualizzata)

Ovazione per Walter Veltroni non perché se ne va, ma perché forse ha compreso responsabilmente che può essere a disposizione delle nuove generazioni in modo diverso e più credibile.

Lo fa nel giorno del compleanno del PD che più di ogni altro ha contribuito a creare e su cui però pesano tante responsabilità per l’avere ceduto alle correnti e avere lasciato sul più bello. Lasciato a quelli che rimpiangono il PDS e forse il PCI, per lo meno nei metodi.

Come dicono in molti anche lui sta al non so qualche numero di mandato parlamentare, con una parentesi da sindaco non del tutto opinabile. Discutibile in alcune logiche (non ho mai risparmiato critiche al modello Roma di Veltroni e Bettini), ma almeno una logica ce l’aveva, soprattutto confrontata con il disastro Alemanno.

Un’ovazione però perché se ne va nel momento in cui D’Alema invece non se va più (pappapero) per far dispetto (infantile) al ragazzo di Firenze e si aspetta un seggio ed anche un ministero. E come ci ricorda Pubblico lancia la raccolta di firme tra i dalemasessuali per chiederne la candidatura (lo sappiamo tutti che sono numerosissimi, non c’è bisogno che vi contate).

Insomma, contestualizzando: bravo Uòlter.

Sui manifesti e sul femminicidio politico: riflessione notturna sulla Festa dell’Unità romana.

Abbiamo talmente rotto le palle che nell’ultimo esecutivo del PD Roma addivenirono ad un compromesso.

Meno manifesti dell’anno scorso: solo per i BIG e generici per il lancio della Festa e cose particolari. Vago, ma sfidante.

Traduzione di Big: D’Alema e Veltroni (Big ontologici a prescindere a dimostrazione che anche se non si ricandidano: comunque comandano). Bersani (segretario). Enrico Letta (vicesegretario). Rosy Bindi (Presidente). Capogruppi (Finocchiaro, Franceschini, Sassoli). Punto.

Questa decisione è stata vissuta dagli aspiranti big (cioé da quelli che NON lo sono) come un boicottaggio. Anche perché in effetti D’Alema, Veltroni e Marini rappresentano delle eccezioni. Sono BIG del partito? Ad onore del vero fanno solo parte della direzione nazionale. Alla faccia del “ci siamo fatti da parte”.

Pare che qualche giovane (turco) ed anche qualche meno giovane veltroniano di primo pelo si sia arrabbiato. Qualcuno si è scaricato il formato dal sito e si è fatto i manifesti da solo.

Non è bello, visto che il partito aveva preso una decisione e  i manifesti continuano ad essere tutti, maledettamente, abusivi.

Ma superiamo per un attimo l’abusivismo. Facciamo finta che per noi non sia un mantra politico di legalità, lavoro nero da fare emergere, inquinamento, bellezza di Roma e chi ne ha più ne metta. Insomma: Alicata formàttati.

E riflettiamo.

Per esempio. Lo psicologo Fagioli (quello di Bertinotti per intenderci per cui i gay si possono sposare ma sono psicologicamente ciechi, già cacciato dalla società psicanalitica italiana nel 1976 ed editore della rivista Left recentemente gemellata con l’Unità i cui applausi degli adepti ieri sera riempivano inquietamente le Terme di Caracalla) non ha avuto i manifesti e ha portato più gente di D’Alema che è stato quello che ha avuto più ripassate di manifesti e si era accoppiato con la glamourissima Chiara Gamberale, scrittrice e conduttrice radiofonica, simpaticissima (almeno a me).

Quindi? I manifesti servono o no? Boh.

E ancora. Manifesti solo per maschi. Palchi pieni di maschi. (d’altronde le donne di potere si contano sulle doppie punte di un calvo).

Ma insomma. Se proprio dobbiamo fare i manifesti non dovremmo farli ai più sconosciuti? Non so, a Orfini per esempio che invece se li è pagati di tasca sua (istituzionalmente parlando)?

Tutti i big non hanno già la tv e i loro settemilioni di mandati parlamentari?

E ancora.

Abbiamo dei candidati alle primarie da sindaco. Non li invitiamo sul palco della festa a dirci come pensano Roma?

Quello sì che sarebbe un dibattito figo e appassionante (yawn).

No, c’è la festa del PD e invece Zingaretti riempie una piazza il 16 luglio.

La Prestipino ha fatto un evento qualche giorno fa altrove.

Ecco, appunto.

Altrove. Tutto è altrove.

Le donne sono altrove. Pare a ragionare sulla portavoce, nel frattempo i palchi della festa sono infestati di soli maschi. Un femminicidio politico quasi totale, d’altronde l’impresa più ardua nel PD è convincere una donna intelligente a candidarsi (lesbiche escluse, lo ammetto).

Problema culturale? Remissività compulsiva? Incapacità di partecipare al gioco di “chi ce l’ha più lungo?”. Ma cambiare tutto, no?

I candidati a sindaco sono altrove, ma vengono a parlare di altro. Come se niente fosse.

I giovani non sono ammessi se non i fedelissimi e in modalità autoreferenziale. Figuriamoci.

Non resta che esprimere solidarietà ai dirigenti del PD Roma oggetto delle pressioni collettive. Si viaggia a un centinaio di sms di pressione al giorno cadauno. Roba da stressare anche un amministratore delegato di una multinazionale (ahem).

Quasi quasi chiamo anche io, mi incazzo perché nessuno mi ha invitato a parlare di nulla e chiedo pure i manifesti.

(nel caso a qualcuno venisse il dubbio: scherzo).

Però pensiamoci seriamente.

Non sarebbe bello che invece di far salire tutti quelli (vecchi) che pestano i piedi sul palco ci fosse una regia (non solo tematica, ma politica) mirata a far vedere il talento e le cose da dire? Ma non alle 19 sul palco del PD Roma tra gli arancini e il caffé macinato. Dico proprio in prima serata.

All’apparenza mi pare che i palchi siano seguiti dalle solite persone. Tanta gente che mangia, poca gente interessata a ciò che abbiamo da dire, malgrado la diffusa competenza che abbiamo messo in campo negli ultimi lunghi mesi.

Farsi qualche domanda e darsi molte risposte. Prima che sia troppo tardi.

Il 2013 incombe.

L’unica vera novità in politica…

…sarebbe la notizia che la dirigenza PD fa un passo indietro e manda avanti compattamente una nuova classe dirigente, che esiste.

Non è una novità Montezemolo che – con tutto l’affetto per gli amici che ci lavorano prima adeguatamente snobbati dal PD vedi Irene Tinagli eMarco Simoni, tanto per citarne due importanti – è stato parte integrante del sistema che ci ha condotto fin qui.

Non lo è Grillo che incarna quella rabbia ciclica contro i partiti che esiste da quando in Italia esistono i partiti, giudizio che non condanna i militanti del M5S, ma che li esorta a liberarsi di lui come ho più volte scritto.

Non lo saranno Bossi, Di Pietro e Berlusconi che lo sono stati, novità, e ora sono vecchi come il cucco e parte integrante del sistema che volevano distruggere.

La novità, lo chiarisco, sarebbe il passo indietro, non la nuova generazione.

Nel senso che qui non sto dicendo lasciate spazio a quelli dopo, perché loro governeranno meglio (anche se lo penso), ma sto dicendo lasciate perche’ altrimenti perdiamo o rischiamo di perdere, anche se oggi siete convinti di vincere e non vi siete accorti che avete bombardato macerie, quindi vinto contro nessuno. E se arriva qualcuno? E se invece di correre il rischio che arrivi qualcuno, quel qualcuno lo facciamo arrivare a noi togliendo possibilità agli altri di fare il colpo dell’ultimo minuto e spiazzarci come nel 1994?

Lasciare oggi, tutti insieme in un unico gesto (immaginate una bella conferenza stampa collettiva), sarebbe letto come un’ammissione di inadeguatezza e salverebbe generosamente l’idea che abbiamo di democrazia, fondata sui partiti (sani) e non sul populismo ciclico come gli ultimi 100 anni sembrano raccontarci dell’Italia e della sua democrazia infantile.

Continuo a pensare che se ogni 40 anni si alza uno a prendere a manganellate i partiti e’ perché da Giolitti a D’Alema i partiti si rinnovano solo a cannonate. 

Insomma dopo una conferenza stampa a 12 mesi dal voto in cui D’Alema, Veltroni, Finocchiaro, Bindi, Fioroni, Letta e tutta la bella compagnia ammettono gli errori e lasciano il testimone ad altri, proprio lì, davanti ai giornalisti, chi potrebbe offuscare questo atto? Quale uomo nuovo? Quale salvatore della Patria? Nessuno.

In queste ore i giovani del PDL provano a formattare il loro partito – capitanati da Andrea Di Sorte (mai sentito prima di ieri sera) – dopo la catastrofe. Scontata questa balcanizzazione (qualcuno definisce il PDL una Jugoslavia politica del dopo Tito non a caso) che segue il crollo di Berlusconi e quello elettorale che forse un pochino si parlano. Ma il PDL per 20 anni e’ stato solo Berlusconi. Non altro.

Dentro il PD lo sanno tutti che c’e’ una dirigenza diffusa, che ha ben amministrato le città, che da anni si parla, discute, insomma il PD esiste (nel bene e nel male).

Vogliamo aspettare di fare la fine del PDL o vogliamo salvare la nostra idea di democrazia, che solo se la esercitiamo dentro il partito puo’ crescere nel Paese?

Non voglio salvare il PD, a me del PD non me ne frega nulla. I partiti servono a fare bene per il Paese, se servono a fare bene a se stessi ha ragione Grillo e torniamo da capo a dodici. 

Una cosa e’ certa. Da qui ad un anno i pochi che non sono in coda per una poltrona per cooptazione (da cui la tipica tendenza a non disturbare il manovratore baffuto di molti giovinetti o ex giovinetti) devono tentare di fare avvenire le cose che dovevano avvenire due anni fa e che non hanno (abbiamo) avuto la forza di fare, forse anche per ingenuità.

Perché l’idea del “vota PD perché dentro ci sono anche Civati, Serracchiani, Scalfarotto e chi più ne ha più ne metta” tipo quelli che Civati ha citato qui, a me, insomma questa cosa comincia a starmi stretta. Ma voglio aggiungerci anche gli Orfin &Co. nel senso che è con loro che voglio confrontarmi.

E potremmo anche pensare di dire che se non cambiano le cose, ad uscire in massa potremmo essere noi. Questa potrebbe essere l’altra grande novità: il PD che vorrei, fuori dal PD.

Insomma io non voglio responsabilità di una sconfitta se stiamo seduti in panchina o di una vittoria con l’UDC che ingesserebbe il Paese per i prossimi 10 anni.  Non voglio prendermi una responsabilità senza nemmeno giocare. Grazie no.

Noi non eravamo qui per un posticino al caldo, ma volevamo collaborare a cambiare il Paese. Così stiamo collaborando alla sua devastazione culturale e politica.

Non volevamo fare le foglie di fico ad una generazione che è dagli anni di piombo che imperversa tra aperitivi, barche e nomine nei CDA e maneggi al Monte dei Paschi. E su. Anche perché non saremmo la prima generazione a diventare vecchi facendo i giovani. Vedi i vari Cuperlo, per citare il più eclatante, per dire. Soffocati nella culla e a fare i gregari di alto livello coi capelli bianchi.

Altrimenti grazie resto a fare l’ingegnere e a scrivere libri. Almeno conservo il fegato.

Ecco.

I Pride a Roma e la maledizione del sindaco di turno.

Roma è una città da liberare.

Arrivo a questa conclusione banale alle soglie dell’estate del secondo decennio del nuovo millennio e alle soglie della stagione dei Pride.

E’ la città che ha conquistato il mondo e diffuso l’idea di civiltà che oggi, l’occidente, riconosce a partire dall’uso del diritto.

Roma, possiamo dire, ha fatto giurisprudenza per millenni. Oggi appare svuotata e divorata da se stessa, erede di un sistema perverso che si crea e si distrugge ogni volta e rinasce sempre uguale a se stesso.

La Roma dell’Impero era una capitale di un mondo basato sulla diversità, la cui conquista passava sì per le armi, ma non per l’imposizione del pensiero unico in termini di usi, costumi e cultura. La Chiesa che ha ereditato la struttura burocratica dell’Impero Romano ha capovolto questo schema: non governa direttamente i territori, ma vi incide pesantemente.

Il primo Pride a Roma è datato 1994, anno in cui Berlusconi a marzo vinceva le elezioni e a solo un anno dall’elezione di Francesco Rutelli che, con la sua elezione, segnava una profonda rottura con l’amministrazione precedente e sanciva la nascita del “famoso” modello Roma voluto da una generazione di centro sinistra che rottamando la precedente prese la città in un coraggioso tentativo di rinnovamento.

Continua sul blog de IMille: http://www.imille.org/2011/06/i-pride-e-la-maledizione-del-sindaco-di-turno/

Pd: ordine sparso ovvero dell’arteriosclerosi.

Dunque.
Sono perplessa.

Veltroni è stato l’unico a tendere la mano a Vendola. Per approccio politico maggioritario e tendenza al principio delle primarie e magari per fare dispetto a D’Alema. Oggi firma un documento, una frattura, pur con intenti propositivi. Lo fa perdendo i pezzi buoni e acquistando i pezzi che ci tradiranno presto (questa è una previsione triste, ma vera.). Firmano il documento di Veltroni quel Fioroni e quel D’Ubaldo che quando pensano alle prossime elezioni pensano senz’altro più a Rutelli e Casini che a Vendola.

D’Alema parla per bocca dei Giovani Turchi che non ne azzeccano una e sembrano socialisti in via disfacimento da ventennio. Frasi come questa […]Solo così il Pd potrà sottrarsi all’egemonia di quel “ceto medio riflessivo” che minaccia di ridurlo sempre più a una grande ong per la difesa dell’ambiente, dei diritti civili e della pace nel mondo […] a me mettono paura. L’area dalemiana da secoli (tanto ci sembra) cerca l’alleanza con l’UDC, compulsivamente, al limite ultimo della sconfitta scolpita nel marmo, vedi Puglia 1, vedi Puglia 2. Vedi Vendola. Tanto che l’Italia è tappezzata di una campagna elettorale con un Bersani icona bianco-nera della perdita della pazienza, comunicazione “giovanile” in cui lui appare in posa costruita, ma con lo sguardo sereno di sempre che più che aver perso la pazienza, sembra l’ultimo dei Mohicani che resisterà.

Quindi? Che accade? Si firmano documenti su poltrone e posti o su politica e direzioni? Mi sembra piuttosto la prima. Che ci fa un Fioroni con Veltroni in un documento di contestazione alla politica Bersani? Il Cavallo di Troia nel Cavallo di Troia? Il quadro di Escher?

Ora io non ho simpatie per Renzi. Alza la voce, spezza gambe, ma non so ancora se fa politica (nei fatti) da nuovo o da vecchio. Su alcune questioni (credo) la pensa proprio come i Giovani Turchi, solo che non usa quei toni da socialismo decadente.

Però ha ragione.

Non si può conservare più niente. Non c’è niente da conservare. Si deve rottamare tutto per forza, senza distinzioni, senza sfumature o giustificazioni (e quanto mi duole dover mettere Walter e Massimo sullo stesso piano, quanto mi duole).

Noi si fonda l’onda,altro che corrente, altro che spiffero, per citare un rosicone locale. Lo tsunami che spazza via le correnti, perché neanche più di filoni di pensiero si tratta. Di luoghi di confronto ed elaborazione. Sono il luogo della spartizione, del marciume, della cooptazione e dell’obbedienza, del silenzio e del “verranno tempi migliori”. Noi vogliamo essere liberi di dissentire, di tagliare, di cambiare ed anche di alzare la voce.

Come detto sulla questione PD Lazio, il senso di responsabilità non lo abbiamo per il Partito, ma per il Paese, quel Paese composto anche dai tanti militanti del PD, la maggior parte…quella parte buona di Paese che vuole “fare”, vuole “governare” vuole un Paese migliore e che abbiamo l’obbligo di liberare da questi vecchi dinosauri fossilizzati. Punto.

Roma è più sporca o più pulita?

Da qualche giorno l’Ama ha lanciato una campagna di affissioni per tutta la città per dirci che noi pensiamo che la città sia più pulita.

Confesso che inizialmente ho storto il naso:

1) perché non capisco l’uso di una show girl per valorizzare il funzionamento di una società di raccolta e smaltimento rifiuti, vestita da netturbina. Lo trovo umiliante per le netturbine vere ed anche un pò sessista. Ma vabbé sono andata oltre se no poi uno pare che guarda il dito e non la luna delle cose (lo avrà fatto gratis o abbiamo pagato noi?)

2) perché ritenevo in quel momento che Roma e lo andavo dicendo ai quattro venti, che Roma è più sporca che mai e versa in uno stato di abbandono penoso.

Oggi ho fatto un esercizio. Invece di guardare nelle macchine accanto alla mia, esercizio di umana curiosità irrefrenabile, mi sono imposta di guardare le strade nel tragitto casa-ufficio.

1) Via del Porto Fluviale: linda e pinta. Mi sono anche accorta che è stato rifatto il marciapiede che fino a poco tempo fa era divelto, sporco lurido e annegato in cespugli selvatici suppongo pieni di insetti malefici.

2) Viale Manzoni: mediamente sporco.

3) Via di Porta Maggiore: sporca, con il marciapiede fatiscente e ospitante cespugli selvatici pieni di zozzume (che però non credo siano competenza dell’Ama).

La campagna dell’Ama si basa su un sondaggio fatto ai romani e le domande che compongono la campagna hanno dato luogo ai seguenti spot:

1) per 7 romani su 10 c’è più personale Ama per le strade. Abbiamo assunto più personale? Lo facciamo lavorare in modo diverso (più gente nello stesso punto?). Prima non lavoravano?

2) per 7 romani su 10 il proprio quartiere è più pulito.

Qui potete scaricare il dettaglio dell’inchiesta. (maligni!)

Dettaglio che riporta solo una paginetta senza l’indicazione del campione intervistato e men che meno della distribuzione geografica.  Si riportano solo i dati della conoscenza o meno del nuovo sistema di pulizia (che consente di pulire anche sotto le macchine ed intorno ai cassonetti che era in cantiere dal governo Veltroni e che ora è finalmente partito).

A questo punto…sembra chiaro l’intento millantatorio dell’Ama e quindi del nostro caro Sindaco di utilizzare il mezzo Berlusconiano per convincerci che Roma è pulita.  Una bella donna e una campagna pubblicitaria. Basta dirlo così e Roma, all’improvviso….sarà pulita.

Ma Roma…è più pulita davvero? Facciamo un sondaggio serio. Ognuno di noi faccia l’esercizio di postare la foto del proprio marciapiede sotto casa.

p.s. resta il fatto che i romani sono incivili. E forse una bella ripassata mediatica ad un educazione migliore sarebbe cosa buona e giusta.

Giovedì 24 alla fiaccolata “istituzionale” sfileremo bianchi come Fantasmi.

Come già detto nelle settimane precedenti molti di noi parteciperanno alla Fiaccolata indetta dalle istituzioni romane. Una fiaccolata che era una nata da un’idea forte di Nicola Zingaretti ed a valle delle aggressioni nei confronti della comunità LGBT degli ultimi tempi. Conosciamo Nicola come da sempre vicino alla comunità LGBT romana, molto più di quanto abbia fatto Veltroni da sindaco, soprattutto nell’ultimo mandato, quando addiritturà lasciò deserta l’aula dove si votava per il riconoscimento delle coppie di fatto.

Purtroppo il “buon” intento di coinvolgere Alemanno come segnale che la violenza non sia fomentata da un ex-missino al governo, ha finito per liquefare le reali motivazioni della fiaccolata divenuta una generica manifestazione contro l’intolleranza e tutti i razzismi. L’omofobia, ricordo, non è un razzismo e io non voglio essere tollerata, ma voglio avere pari diritti e pari dignità come qualsiasi cittadino.

Pare che alla fine persino il Vicariato e Acca Larenzia, noto centro sociale di destra aderirà alla manifestazione.

Ora io mi chiedo.

Cosa è per noi l’omofobia? Per me omofobia (in cui permettetemi di ficcare dentro transfobia e tutte le fobia relative al mondo LGBTQI) è non riconoscere la nostra affettività, come al Gay Village ha fatto Alemanno. Il fatto che lui consideri picchiare un gay un reato, lo trovo scontato e banale per il sindaco della Capitale d’Italia. E’ contrario alle coppie di fatto? Anche noi. Dal 2006 siamo tutti per il matrimonio. Cosa sta facendo Alemanno per salvare le trans dalla strada? Non pervenuto. Cosa stiamo facendo nelle scuole e sui luoghi di lavoro per educare uffici pubblici e bambini che diverso non fa paura? Cosa stiamo facendo di cultura oltre ad un pò di giardinaggio di bassa lega nelle fioriere della cosiddetta Gay Street? Nulla.

Così noi quel giorno non permetteremo che quella manifestazione passi per una pulizia di coscienza collettiva in cui istituzioni e qualche bandiera rainbow o di associazione LGBT se ne vanno a braccetto sulla nostra pelle.

Noi ci saremo e ribadiremo la differenza tra chi è omofobo e chi non lo è.

Ci saremo in modo pacifico, dietro uno striscione bianco, vestiti da fantasmi, e chiusi, da dietro nella nostra bandiera. Quella Rainbow.

La comunità LGBT romana, c’è, si è stufata, ha fretta di “soluzioni” e segni e chiede a tutti coloro che aderiranno a quel corteo di venirsene a stare al calduccio tra i nostri due striscioni per rimarcare che omofobia non significa solo violenza. Significa anche, nel 2009, dire che noi, non siamo famiglie.

p.s. non stiamo dicendo che pensiamo solo a noi e non al razzismo vero e proprio. Noi sfileremo anche per tutti coloro che hanno la pelle diversa e non ne possono più dell’ipocrisia. Io sfilerò anche per Farrah. Il lavavetri pestato pochi giorni fa alla Caffarella.

Lettera a Goffredo Bettini sulle candidature europee

Caro Goffredo,

Ti scrivo perchè mi immagino la tua difficoltà in questo momento. Tutto ad un tratto, nel collegio di “centro” delle europee, sei diventato il simbolo della lotta alla Casta. Ci tengo a dirti, qualora non fosse chiaro, che non è una questione personale. Sei diventato un simbolo della richiesta di chi vorrebbe vedere un cambio di rotta, come lo è Debora Serracchiani nel nord-est e come potrebbe esserlo Ivan Scalfarotto nel nord-ovest. Ci siamo sentiti dire durante una affollatissima assemblea del PD Lazio, che la lista di nomi da candidare alle Europee, doveva essere una lista di portatori di preferenze. Che il progetto di presentare una lista di persone che contenesse non pacchetti di voti, ma pacchetti di competenze tecniche per affrontare la sfida europea non era vincente. Abbiamo preso atto che la lista di potenziali candidati l’avrebbe inviata la direzione regionale e ci siamo anche accorti che la direzione regionale non ha tenuto conto affatto dei molti interventi a favore di un rinnovamento, dove questa accezione non significa “giovane”, non significa “società civile” nel senso di non avere partecipato alla vita di partito degli ultimi dieci anni. No. Abbiamo chiesto di dare un segno di discontinuità, di ammettere che il modello Roma ha fallito. Ha fallito perché ha perso. Il resto, tutte le altre valutazioni, lasciano il senso che trovano. Abbiamo perso Roma e te la dico tutta, come lo dissi a chiare lettere, quando fu candidato Rutelli: era il candidato sbagliato, ma, ancora, tralasciando i giudizi sulle posizioni politiche personali (vedi il senso diverso di laicità dello Stato), la scelta del candidato sindaco era fallimentare perché dimostrava che non eravamo stati in grado (tutti noi) di fare crescere qualcosa di nuovo dopo Rutelli e dopo Veltroni. Non c’è persona a Roma, dentro il partito, che non abbia storto il naso quando ci siamo accaniti sulla tua candidatura, accanimento che, ripeto, è puramente simbolico. Però il nostro popolo, quello che non conosce le persone, ma percepisce i simboli, non capirebbe. Non capirebbe una lista fatta solo di politici navigati, di personalità che hanno già dato moltissimo, ma che, assurdamente, non fa nascere alcuna nuova classe dirigente. Non si apre. Non si auto-critica. Non si inquina di nuove componenti, non ascolta la città.

Caro Goffredo, non ti scrivo per chiederti di non candidarti, ma di fare l’ennesimo sacrificio per il partito (lo hai già fatto quando hai rinunciato, più unico che raro a Roma soprattutto, alla tua carica di senatore per dare tutto il tuo impegno alla nascita del PD) e di aiutare la classe dirigente laziale a pescare forze nuove. Roma, il Lazio, ne ha bisogno. Noi, tutti noi, crediamo a questo progetto. Ci crediamo nel sangue, sappiamo che è l’unico altro Paese possibile. Essere ciechi e non dare respiro alla scelta dei candidati, significa tradire questa idea. Significa spartire e smembrare questa idea dividendoci di nuovo secondo vecchie logiche. A me non interessa se  Silvia Costa è bindiana, se tu sei veltroniano e se qualcun altro è in quota ai dalemiani e nemmeno quanto è capiente il vostro pacchetto di voti personali. A noi interessa cosa potete fare per l’Europa. Cosa potete fare per l’Italia. Ecco, noi, questo, non lo stiamo ascoltando più. E così non riusciamo a convincere chi è fuori da queste logiche a votare PD. Ciò significa che magari tu e la Costa e gli altri potrete misurare o rimisurare la vostra forza, ma noi non saremo in grado, qui, a Roma, di misurare il Pd. Vogliamo parlare di questo, prima e non dopo?

p.s. Lo scrivo in calce qui (che rimanga agli atti pubblicamente): no, non sto cercando una candidatura. Non voglio andare a Bruxelles, direi di no, ma sono pronta a dare il mio contributo su una candidatura che scardini i soliti equilibri che, qui a Roma, siamo bravissimi a mantenere cementificati.

Pd: Sintesi Sabauda.

Amo Chiamparino perchè…con semplicità sabauda dice le stesse cose che mi frullano in testa.

Chiamparino: “Veltroni stessa sindrome che travolse Prodi”

“Veltroni è stato colpito dalla stessa sindrome che ha travolto il governo Prodi quando il leader diceva ‘A’ e gli altri subito dopo dicevano ‘B,C…'”. Lo ha detto il vicepresidente vicario dell’Anci, Sergio Chiamparino. Secondo Chiamparino un congresso ci vorrà dopo le elezioni, “per ora la reggenza Franceschini va bene, ma intorno a lui va costituito un gruppo che dia un segnale forte di rinnovamento e che non rifletta la sommatoria delle correnti del partito”.

Adesso dovremmo cominciare a pensare a come si fa. Di solito si fa così:  si elegge un leader con molto consenso (e con Veltroni era accaduto) e gli si dà carta bianca. Non mi dite che sono leaderista. Sì, lo sono, leaderista però nel senso più democratico del termine: io ti eleggo o ti assumo, tu hai il timone, se sbagli quando è l’ora di verificare se hai portato a casa l’obiettivo ti mando a casa o ti confermo. Badate bene che è una malattia, questa, di cui è affetta tutta l’Italia a partire dalle imprese pubbliche: la deresponsabilizzazione tramite la frammentazione del potere. Ora ditemi che un valore di sinistra e che sto dicendo una cosa di destra e vi sputo in faccia. Ahem.

Valter aveva anche chiamato nel direttivo degli outsider (vedi Irene Tinagli)….il fatto è che come al solito le decisioni di questo partito si prendono nei corridoi, a cena da qualche parte, fuori mentre ci si fuma una sigaretta e si svolge l’ufficialità degli incontri nel frattempo.

Va cambiato il metodo. Se c’è un capo quello parla per tutti. In questo 16 mesi siamo stati un branco di cuccioli incazzati appresso allo stesso pallone. Poi con un buon metodo fare una buona squadra.