Le 100 proposte di Renzi.

Ci sono alcune cose dei 100 punti di Renzi che NON condivido (come il bonus per la natalità, per fare un piccolo esempio).

Altre le condivido molto, ma almeno c’è qualcosa che delinea un’idea di società che si può condividere e non condividere. E’ un programma.

Leggiamolo e misuriamoci con esso.

 

 

Tra le 100 proposte di Renzi un istituto equivalente al matrimonio per coppie gay.

89. Una regolamentazione delle unioni civili. La legge deve assicurare pieno riconoscimento alla coppia dal punto di vista contributivo e assistenziale. Ciascun convivente può beneficiare dell’assicurazione sulla malattia del compagno e l’unione conferisce gli stessi diritti del matrimonio in materia di cittadinanza.

(va approfondito il tema dell’accesso alle adozioni e il comportamento verso le famiglie già formate con genitore non biologico). Ad oggi, sul tema, è la stessa posizione di Vendola ed è più avanzata di quella di Bersani che parla di unioni civili ma NON le ha mai equiparate al matrimonio.

Mi sembra che almeno ci si possa sedere a discutere.

Con calma mi voglio leggere tutto e commentare l’idea complessiva di società. Poi dirò.

I 100 punti li trovate qui.

il dibattito sul Lavoro. Per capirci qualcosa e non cascare nelle trame del populismo.

Marco Simoni sul Il Post:

“I salari non possono essere imposti per legge, vengono decisi da occupati e datori di lavoro. Ci sono due modi: o con la contrattazione nazionale (o aziendale), come avviene per le grandi aziende e per il settore pubblico. O con una “contrattazione” individuale, come avviene per i lavoratori precari.”

Pietro Ichino su Libero (per favore leggetelo senza pregiudizi e pensateci almeno un minuto):

“…Un codice del lavoro semplificato, composto di una settantina di articoli molto chiari e facilmente traducibili in inglese, suscettibili di applicarsi a tutta l’area del lavoro sostanzialmente dipendente. Così si supera il dualismo fra protetti e non protetti nel mercato del lavoro. L’idea è che, in partenza, questo nuovo ‘diritto del lavoro unico’, per la parte relativa ai licenziamenti, si applichi soltanto ai rapporti di lavoro nuovi, che si costituiscono da qui in avanti. La nuova disciplina si può sintetizzare così: tutti a tempo indeterminato (tranne, ovviamente, i casi classici di contratto a termine, per punte stagionali, sostituzioni temporanee, ecc.), a tutti le protezioni essenziali, in particolare contro le discriminazioni, ma nessuno inamovibile. E a chi perde il posto una garanzia robusta di assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, di continuità del reddito e di investimento sulla sua professionalità. Quello che l’impresa risparmierà in termini di tempestività dell’aggiustamento degli organici basta e avanza per coprire il costo di una assistenza alla danese nel mercato del lavoro.”

E qui Ivan Scalfarotto: “..le giovani generazioni non hanno mai visto nemmeno col cannocchiale e che non impedisce a moltitudini di giovani italiani di emigrare dove l’articolo 18 non c’è ma il lavoro c’è e ha ancora una sua dignità.”

Una richiesta: apriamo il dibattito e facciamo così. Prima di parlare dite quanti anni avete, che lavoro fate e che tipo di contratto avete. Il dibattito viene meglio.

“Il paese delle spose infelici” e il linguaggio del nostro tempo.

Festival del Cinema di Roma….”Il Paese delle spose infelici”…piccoli segnali anche dal cinema e dalla scrittura.

L’Italia cambia, ricambia e racconta le generazioni mancanti. La nostra. Non è la mia geografia, non la mia classe sociale, ma è il mio tempo, la chiave contemporanea del mio modo di amare e di provare dolore. Il film in cui i dintorni, le macchine, i programmi tv sono quelli del mio tempo. E finalmente.

Un bel film sull’infanzia del sud. Sulla violenza del dolore e di quella della vita che passa per un coltello o per un corpo dato via.

In ogni caso si cresce attraverso i traumi che la Storia non ci ha concesso di perdonare, ma che ognuno di noi ha comunque affrontato. In totale individuale solitudine perché non era un dolore condivisibile come quello della guerra o degli anni di piombo. C’è anche questo in quel film, anche se magari Desiata (lo scrittore) o il regista (Pippo Mezzapesa) non lo sanno. C’è perché fa parte di noi. Ed è come un ritrovare il linguaggio avuto per parlarsi allo specchio e riconoscerlo parlato da altri.

Bene cosi’…quando arriva anche la cultura non si torna più indietro.

Il Festival del Cinema di Roma: la ricchezza mal utilizzata.

Al Festival del Cinema di Roma manca una reale ed intensa partecipazione della citta’. E’ come se non le appartenesse, fosse un evento estraneo. Oggi una maestrante del cinema (montatrice) mi ha detto:”l’auditorium e’ come un centro commerciale.” E’ vero. E’ il modello culturale (nostro) che abbiamo sbagliato o lasciato incompleto: immense cattedrali che risucchiano risorse e non danno il loro contributo diffuso su tutto la citta’. Un’altra cosa da ripensare nel modello culturale di una Roma diversa. Un modello che deve avere a cuore sempre di più la diffusione. Dopo il grande concentrato il piccolo e diffuso. Il Festival del Cinema e’ una di quelle cose che Roma deve riprendere in mano in una chiave più democratica: deve appartenere alla citta’, farne parte, contaminarla e contaminarsi con essa. Oggi non lo e’, malgrado gli sforzi degli addetti ai lavori. Anche questo e’ governo di una capitale europea.

Piccolo manuale di orientamento per democratici confusi.

Cosa sta accadendo dentro il PD?

Chi sono i veri rinnovatori e quelli travestiti?

Chi è davvero credibile e chi no?

Cosa c’è in ballo dentro e fuori il PD? Fuori nel senso di Italia, ovviamente.

Ho scritto una piccola mappa per tiscali.it. La trovate qui.

p.s. Voglio dire bravo a Pippo Civati che è andato a Firenze e il solito plauso al Chiampa, l’unico coi capelli grigi della sua generazione davvero degno del III millennio che oggi ha ricordato quanto la dirigenza PD sia preda dei giochi di palazzo.

p.s. 2 pessimo Vendola che dà del vecchio a Renzi.

p.s.3: a tutti ricordo che sui licenziamenti alla Berlusconi anche alla Leopolda hanno detto no. Quando si parla di flessibilità si parla di una riforma totale del lavoro e del welfare insieme. Non o uno o l’altro. Quindi discutiamone, ma senza estremismi ideologici. Insomma, studiamo. Come diceva Gramsci.

#occupypd

…è fighissimo ed è la parola che mancava. Lo dicevamo qui, il 29 settembre.