Donne e australopitechi

Complicato uscire da questa specie di periodo involutivo per la parità di genere. Non so voi ma dieci anni fa la situazione sembrava meno peggio. E non capisco se è perché le donne che emergevano e facevano squadra nel frattempo hanno fatto figli e si sono messe da parte, se perché alla fine i metodi del potere, il tempo da metterci, non sono per noi, io per esempio ho scoperto che non mi va più di perdere tempo nella parte inutile della politica ma ho anche capito che se non perdi tempo in quei giochi, oggi la politica non la fai (leggetevi il fumetto francese sul tempo mentale delle donne, che lo spiega bene).
Comunque la giornata di ieri:
1) nomine in un grande giornale, su circa 50 nomi credo di avete contato 4/5 donne e due sono state nominate da una donna, unica capo redattrice e alle altre affidata cultura e spettacoli.
2) un tizio in radio che ha farneticato sulla femminilità come elemento di visibilità, come “corpo” da guardare, incluse frasi sul fatto che le bambine è normale che giochino con le bambole (su questo tema nella nostra graphic novel ci sono due tavole stupende disegnate da Filippo Paris sul mondo delle bambine e quello dei bambini)
3) sondaggio su una pagina Facebook di un gruppo di romani che finirà per fare una lista civica in appoggio al solito calato dall’alto dove tutte le proposte sul sindaco, tutti i commenti, mettono il nome di un maschio.

Ora come se ne esce? Cosa dobbiamo fare per uscire da questa palude di partecipazione? Secondo me è impensabile occupare la scena come i maschi. Bisogna proprio cambiare palco, un palco dove si possa stare tutti, non solo le donne, ma con un metodo diverso. Io penso molto che la politica in Italia sia troppo “professione”, troppo esercizio di cinismo, troppo ancora “guerra” e sgambetti. e che le donne, in generale, ovviamente con le dovute eccezioni, non riescano ad entrare in quella roba, non è naturale. Solo cambiando la politica in accudimento sociale, cura della cosa pubblica forse possiamo cambiare palco. Ora sembra la Gabbia di Paragone, una roba per australopitechi, non per donne sapiens sapiens.

La statua della lesbica nera (o del mettersi nei panni degli altri, capovolgendo le prospettive)

E’ molto complicato intervenire sul dibattito culturale in corso sul tema delle statue di uomini (a proposito sono sempre e solo uomini e bianchi ed etero, almeno ufficialmente) che fino ad ora abbiamo considerato padri della patria – nelle varie patrie – ed oggi vengono chiamati simbolicamente a rispondere dei crimini che all’epoca non lo erano.

Nelle tre righe che ho scritto sopra, il verbo abbiamo è voce del verbo avere e si riferisce a “noi”. Ma “noi” chi? Chi siamo i “noi che abbiamo qualcosa”? E forse la risposta sta tutta qui. In quel noi e nel verbo “avere”.

Se chi abbatte la statua di Cristoforo Colombo lo fa perché la scoperta delle Americhe ha determinato la strage di milioni di indigeni (dove con indigeni si intende quelli che abitavano lì prima che l’uomo bianco arrivasse), chi vorrebbe conservarla dice che (come ha tentato con gran rumori di unghie stridenti il governatore di NY Cuomo) quelle statue oggi non sono più simbolo della conquista dell’Europa, ma della rivalsa della comunità italiana che negli USA è stata spesso trattata alla stregua dei neri. Non solo negli USA, siamo stati i neri d’Europa e anche tra di noi tra nord e sud (“non si affitta a negri ed italiani”, non si affitta ai terroni, e così via).

E quindi la ragione dove sta?

La ragione sta dalla parte di chi ricorda Winston Churchill come uno di quelli che ha liberato l’Europa dall’orrido nazifascismo o questo aspetto non può e non deve coprire le idee che Churchill aveva su neri, zingari e affini?

Montanelli era solo un uomo del suo tempo o era un pedofilo? E quarant’anni dopo, come ha giustamente ricordato qualcuno, era giusto riderci su ancora o magari era giusto rendersi conto che quella roba era una cosa schifosa, abominevole e il fatto che fosse normale e che lo facevano tutti non la giustificava? E questo probabile non tolga nulla al fatto che sia stato un grande giornalista.

Gli italiani in Africa sono stati brava gente come ci hanno raccontato per tutta la nostra infanzia o si sono macchiati anch’essi di terribili crimini nei pochi paesi dove sono arrivati con grande ritardo nella corsa coloniale? E quando faremo i conti con questa cosa?

Ma torniamo alla domanda di prima che ha a che fare con quel “noi” e con il verbo “avere”.

Noi abbiamo memoria. Mediamente noi europei e americani bianchi possediamo una memoria. Ne abbiamo, anzi, molte di memorie: abbiamo una memoria di famiglia, abbiamo un cognome, sappiamo da dove veniamo, da dove venivano i nostri nonni, che significato ha il nostro cognome. Anche se ovviamente conosciamo la storia dei cognomi dei padri. Noi nel ricostruire la storia personale procediamo a ritroso per patronimici. Persino noi, inconsapevoli, abbiamo il grande rimosso delle storie femminili. Poi abbiamo mediamente una memoria collettiva che è religiosa (nei limiti, molti di noi per esempio non sanno di avere origini ebraiche e di avere antenati che furono costretti alla conversione), è politica ed è storica. Noi sappiamo di noi. Noi abbiamo noi.

Esiste un pezzo di mondo che non può dire lo stesso perché i propri antenati sono stati deportati e di loro si è persa la memoria. Si è persa la provenienza. Probabilmente la religione. La storia. Io so che la mia bisnonna veniva dall’Ungheria. E sono Italiana. Non dico Europa. Dico Ungheria. Dico Italia. Oggi chi può dire da quale parte dell’Africa provenivano i propri antenati se non utilizzando il “forse” e solo sulla base delle informazioni sulla tratta degli schiavi?

Noi e quando dico noi, intendo noi bianchi europei e americani abbiamo il privilegio di sapere da dove veniamo senza citare il privilegio economico derivante da secoli di sfruttamento da cui nessuno di noi può sentirsi assolto perché tutti ne abbiamo beneficiato anche indirettamente e in parte ne beneficiamo ancora anche quando serviamo a tavola un’insalata di pomodori pagata 1 euro al kilo.

Se in quel “noi abbiamo” volessimo includere anche il resto del mondo (dove nel resto del mondo se vogliamo possiamo annoverare anche donne e omosessuali) non possiamo lasciare che i simboli siano quelli di prima.

O ne aggiungiamo altri o corrediamo questi simboli di una storia che li completi. Noi non possiamo renderci conto (lo scriveva benissimo la scrittrice Francesca Melandri giorni fa qui ) sul tema che noi, per esempio, dell’essere neri negli Stati Uniti non sappiamo proprio nulla.

Ma possiamo fare un esercizio. Quello dei panni degli altri.

Ora chiudete gli occhi. Provate a fare sì che Churchill, Washington, Montanelli e tutti questi signori siano neri. Poi mettetegli anche la gonna e già che ci siete anche un bel boa rosa o rainbow. Ora tu uomo bianco ti sentiresti rappresentato se tutte le statue del mondo fossero di lesbiche nere? Dì la verità.

Allora abbiamo fatto il tampone.

Allora abbiamo fatto il tampone.
Martedì avevamo fatto test sierologico (con il servizio del Gemelli, tempo due giorni per il test, un giorno per il risultato) convinte di averlo avuto, soprattutto io che ho viaggiato tra Roma, Milano, Napoli e Pavia sui mezzi pubblici per tutto gennaio e febbraio e non ultimo un viaggio a Madrid tra il 22 e il 25 febbraio insieme in cui a Madrid facevano come se nulla fosse e in Italia stavano cominciando ad agitarsi.
Il test è uscito negativo per me e positivo per Claudia. Che significa che lei ha maturato gli anticorpi ed io, anche se lo avessi avuto invece no, anche se è pazzesco pensare di non averlo preso in tre mesi di convivenza e in 9 anni di storia non avevamo mai passato così tanto tempo insieme.
Comunque il medico ci ha spedito a fare il tampone (in teoria io ero negativa fino a 15 giorni fa, ma 15 giorni fa Claudia aveva ancora uno 0,01 nella fascia dubbio e quindi meglio controllare che lei non sia positiva e che io nel frattempo non me lo sia preso) e oggi siamo andate al Forlanini a fare il tampone “drive-in”.
Voglio dirvi che il processo (e Alessandro Capriccioli me lo aveva raccontato) è stato semplicissimo (e non sono una fan di Nicola Zingaretti, però quando le cose funzionano va detto e nel Lazio stanno funzionando meglio che in Lombardia): abbiamo chiamato il medico curante, il medico ci ha fatto la ricetta e siamo andate di corsa a fare il test entrando una alla volta con la macchina.
La protezione civile (credo) ha allestito questa zona test, ci sono dei medici che si “bardano” come se entrassero nella casa di ET e mentre sei in macchina ti fanno il test in bocca e nel naso (non è esattamente la cosa più piacevole del mondo). Hanno anche messo delle piante nella zona test per abbellire il percorso, anche se magari farei rimuovere la macchina palesemente abbandonata che fa molto Bronx all’ingresso del percorso guidato.
Dopodiché chiuse in casa ad attendere l’esito del test con la certezza almeno di avere tenuto un comportamento attento in queste settimane di fase 2 e quindi di non avere messo a rischio nessuno.
Mi unisco a quello che ha scritto Claudia Margaroli: tenetevi ancora la mascherina. Non è finita.

Liberate Silvia Romano.

La liberazione di Silvia Romano è la prima notizia che “rompe” le prime pagine da più di due mesi a questa parte tutte rigorosamente dedicate al Covid.
 
Era un po’ la nostra “fase 2” dell’informazione, avrebbe dovuto raccontarci come e cosa eravamo diventati dopo che tanto inchiostro è stato sprecato su quanto saremmo diventati migliori restando chiusi in casa a cantare dai balconi (che poi lo abbiamo fatto la prima settimana e poi basta) e a fare il pane col lievito madre (secondo me quello molti di noi continueranno a farlo ora che hanno scoperto che è più buono di quello del panificio sotto casa). Mi pare che nulla sia molto cambiato. Siamo sempre gli stessi. Tutti.
 
Silvia Romano è tornata a casa e ha deformato le linee dritte, la prospettiva bidimensionale a cui tutti ci aggrappiamo come se fossimo bimbi attaccati alle gonne. La reazione che molti hanno avuto racconta più di loro che di Silvia.
E’ tornata sorridente, non sciupata e vestita con lo jilbab quando in molti l’avrebbero preferita sciupata, tesa, sorridente ma non troppo mentre si accarezzava jeans e t-shirt appena riconquistati.
 
La storia dei rapimenti è costellata di ritorni che hanno contraddetto i luoghi comuni. Natascha Kampusch ha comprato la casa dove ha vissuto con il suo aguzzino e torturatore per anni e nei week-end la va a pulire come lui le aveva insegnato. De André e Dori Ghezzi si costituirono parte civile contro i mandanti e non contro i carcerieri. La Sindrome di Stoccolma (qualora di questo si tratti e nessuno di noi ha gli strumenti per capirlo) fu coniata per un rapimento durato solo 6 giorni, per l’esattezza 130 ore. Solo chi ha vissuto periodi di privazione della libertà e lunghi periodi di intimità coatta con un carceriere conosce il rapporto che si instaura, un rapporto che non segue nessuna linea retta, nessun luogo comune.
 
Confesso che avrei preferito che lo Stato “proteggesse” di più il ritorno di Silvia Romano. Non so se avrei voluto vedere l’abbraccio con la sua famiglia o il ritorno a casa. Forse avrei preferito sapere che era tornata a casa mentre avveniva, magari per un po’ in un posto sicuro, dove stare tranquilla.
 
La immagino in questo momento “nostra” prigioniera perché tutto quello che è accaduto intorno al suo rilascio è diventato esso stesso una prigione mediatica di commenti, insulti, minacce. Forse è il caso di ripetere a noi, adesso: liberate Silvia Romano. 
 
E forse uno Stato avrebbe dovuto e potuto immaginarlo ed evitarlo. Ma uno Stato che ha bisogno di queste immagini, ahimè, è lo Stato debole che conosciamo bene.

Avete sfracassato le ovaie con il calcio.

Da molto tempo vediamo solo il TG di Skytg24 che ha coperto discretamente tutta la crisi e si è anche inventata una cosa carina Sky a Casa per cui tu invece di guardare il TG passi il tuo tempo a commentare il salotto del giornalista e a vedere che libri legge e via dicendo, quindi non sappiamo cosa facciano vedere Rai e La7.

Abbiamo smesso di vedere La7 dopo che Cairo ha pompato i commerciali pubblicitari della rete dicendo che il Covid era una grande opportunità commerciale (più o meno) e da quando prima del TG (che vediamo sul computer perché in cucina non abbiamo la TV) ci sono non so quanti spot prima di andare in onda.

Da qualche giorno Skytg24 in fondo al TG mette un mega pippone sul calcio. E quando riparte il calcio. E gli allenamenti del Sassuolo. E quando torna Cristiano Ronaldo.

Ecco penso che tutti siamo consapevoli dell’economia che muove il calcio, ma che tutti siamo altrettanto consapevoli che immaginare un campo in qui 25 persone (inclusi arbitro e guardalinee) si sputacchiano addosso per 90 minuti con centinaia di migliaia di persone che gridano insulti e sputacchiano sia sostanzialmente infattibile. Nella stessa condizione ci sono i ristoranti. I cinema (pensate ai set, alle scene d’amore, ai dialoghi, a tutto). Al teatro. Alle aziende aeree. Ai parrucchieri. Agli osteopati. Ai dentisti. Ristoranti, teatri e cinema, dentisti, parrucchieri fisioterapisti ed osteopati muovono un ‘economia (messi insieme) maggiore del calcio e forse più democraticamente diffusa. Oltre tutto è veramente noioso che si parli solo di calcio e di calcio maschile. Vogliamo parlare di sport? Parliamo di quello che i bambini non possono fare? Parliamo di basket? di Pallavolo? Di nuoto? Anche Conte ha parlato di partite di calcio nell’ultima conferenza stampa e a me, con tutto il rispetto, di questo mondo di maschi per i maschi, fatto da maschi, deciso da maschi, raccontato da maschi mi ha francamente scassato le ovaie. Si può dire?

Quindi appena Sky mette il calcio cambiamo canale. Che si sappia, ditelo alle concessionarie pubblicitarie: il mio target non c’è in quel momento.

Perché Aristotele darebbe ragione alla Santelli (purtroppo)

+++ attenzione: provocazione +++

Perché la Calabria fa bene ad aprire, spiegato con la tecnica del sillogismo aristotelico.

Prendiamo ad esempio la data del 1 giugno fissata dal Governo per l’apertura dei ristoranti.

Il contagio nel Lazio (più o meno) sarà come quello della Calabria oggi. Per capirci oggi la Lombardia ha 75mila contagi accertati (sempre che non siano di più) e la Calabria poco più di 1000. Il Lazio circa 6500.

Se il Governo avesse detto: aspettiamo il 1 giugno per la totale riapertura perché dal 1 giugno avremo un metodo di tracciamento o almeno di contenimento attivo (che toglierebbe di mezzo il tema privacy sollevato da molti sul tema app) avrebbe senso andare tutti insieme.

Invece no. Il 1 giugno non è la data di un “come”, ma è solo una tappa del “quando” che fregandosene del “come” definisce cosa aprire e cosa no sulla base di quello che viene considerato più o meno importante (e che è il famoso Stato Etico di cui parlavamo ieri) 

Ergo se la decisione di aprire bar e ristoranti il 1 giugno è una data a cazzo di cane (e mi perdoni Aristotele per il linguaggio più da commedia che da filosofia), l’apertura in Calabria dove oggi i contagi ufficiali sono meno di quelli che avrà il Lazio a quella data, purtroppo la decisione della Santelli non fa una piega (se non fosse che sembriamo una banda di matti) e nasce dalla totale incapacità attuale dello Stato Italiano di gestire, tracciare e contenere il contagio se non dicendo: mascherine e distanze e categorie a vanvera non basate sul come, ma su una prioritizzazione etica priva di alcun fondamento epidemiologica (ieri citavo il paradosso del falegname che non può lavorare chiuso nel suo laboratorio e del tabaccaio che può stare aperto).

Con buona pace di Aristotele.

Lo Stato Etico e il paradosso dell’artigiano.

Stiamo vivendo un tempo strano. Siamo mezzi di qua e mezzi ancora di là, il che non si riferisce alla quarantena allo stare fuori e/o dentro casa, ma alla vita di prima e alla vita di dopo.

Per un po’ siamo stati nel limbo, la quarantena.

L’attesa è stata considerata giusta dalla maggioranza. Persino il paternalismo iniziale di Conte ci sembrava l’unico antidoto alla corsa sfrenata del virus. La paura ci ha fatto tornare bambini. Lettone di mamma e papà per tutti.

Adesso, con i numeri che calano (e vedremo quali effetti avranno i contagi che risalgono nei paesi che hanno riaperto tutto prima di noi) vogliamo tornare alla vita di prima.

Non abbiamo più paura, ma fretta. Fretta di tornare a lavorare, di tornare al nostro di là, al prima del virus anche se distanti e con le mascherine. Questa fretta sta premendo da varie parti sul Governo convincendo cosa sia più o meno importante riaprire prima. Come avevo scritto spesso: il calendario dei quando.

Lo Stato papà dice chi può aprire. Chi può vedersi e chi no, addirittura incartandosi sugli affetti stabili che hanno scatenato l’ira di Dio di ironia, se non ci fosse da piangere. Soprattutto se non ci fossero affetti stabili non riconosciuti dalla legge.

Lo Stato etico definisce cosa è importante e cosa no. Lo prioritizza. Lo farà di nuovo in autunno quando dovremo stare di nuovo in lockdown. Tu sì, tu no e la discriminante sarà ontologica (cioè basata sul chi sei tu e non sul come lo fai di essere tu….non so se si è capito)

Lo Stato Etico si è accanito sul runner in spiaggia come si accanisce sul mezzo metro quadro di occupazione di suolo pubblico di un ristorante, come mai fa per ristoratori evasori, gare truccate, concorsi regalati ai nipoti. Lo Stato Etico elargisce 600€ a tutte le partita IVA che tu fatturi cento al mese o centomila.

Abbiamo imparato che alcune pene sono immediate, comminate con soddisfazione nel Paese in cui i tanti “colpevoli” sfuggono da decenni alla giustizia (non penserete che Conte sia nato sotto un cavolo…Conte è vostro figlio). Il giustizialismo fatto Stato (sempre Etico) si accontenta di poco, mangia pop-corn davanti a scene da serie tv in cui elicotteri cacciano un bagnante da Mondello o un drone dei Quod scovano il bagnante a Rimini. Sono tra quelli che socraticamente pensa che se c’è una legge deve valere per tutti, ma diciamo che concordo che si è fatto sfoggio di una forza per questi casi forse eccessiva e non riscontrabile per altri reati più gravi. Volevate dirci che dovevamo stare a casa? MI pare che il Paese lo abbia capito molto bene anche se non avete ancora erogato quasi tutta la cassa integrazione a non so quanti milioni di lavoratori. Non abbiamo visto la stessa efficienza, ecco.

Lo Stato Etico ci chiederà di compilare un mucchio di carta: registri di sanificazione di uffici, fabbriche e locali che basterebbe controllare che gli ambienti siano puliti davvero e non solo su carta (dai che si può fare!), certificati medici che basterebbe digitalizzare (dai che si può fare!), autocertificazioni che con l’aggiunta dei congiunti e degli affetti stabili diventeranno l’apologia dei poliamori con buona pace della Chiesa Cattolica che ci ha triturato per decenni su cosa poteva essere amore e cosa no, presa spesso sul serio dallo Stato Etico suddetto che ancora oggi nega alcuni evidenti affetti stabili che abbiamo genitori che potrebbero essere fermati come rapitori di figli non biologici mentre il genitore biologico sta salvando vite in ospedale.

Infine, lo Stato Etico finisce per diventare iniquo.

Perché un artigiano non può aprire la sua bottega e finire i lavori commissionati prima del virus mentre il tabaccaio può restare aperto? Se ci sono norme per fare stare in sicurezza il tabaccaio perché non può stare in sicurezza anche l’artigiano? Un tabaccaio che vede decine di persone al giorno è più sicuro di due operai in un piccolo cantiere edile? Ci siamo stupiti degli altri Paesi che avevano norme di distanziamento meno dure delle nostre. In un primo tempo ci siamo anche detti che quelli bravi eravamo noi e quelli scemi erano loro. Diciamo che la verità con molta probabilità sta nel mezzo.

Sta nel mezzo perché c’è un limite al confine che può oltrepassare lo Stato, perché uno Stato Etico ha palesemente timore che i suoi cittadini siano come lui: stupidi (e ovviamente questo è il caso in cui vale sempre il viceversa, perché tale popolo tale Stato).

Uno Stato equo è uno Stato che “per tutti” dispone norme e fa in modo di essere presente nel controllo di queste norme. Uno Stato equo è uno Stato che “per tutti” dispone regole che non siano discutibili, che siano semplici, comprensibili e non interpretabili. Uno Stato equo evita che ogni regione, ogni comune, ogni singola beeep di provincia abbia le sue regole. Uno Stato equo non rilascia calendari del quando, ma dice a TUTTI, nessuno escluso come fare. Rispetti le regole? Puoi stare aperto. Ho visto panifici con dentro 4 persone con la bandana calata modello Far West stare aperti per tutta la quarantena. Nessuno li ha controllati.

Al massimo se ci sono categorie che in questo momento di crisi non possono ripartire perché un come non esiste (il tema scuola è molto complicato, soprattutto per i più piccoli sempre che siano diffusori, per carità, vi prego, diteci che avete chiuso tutti gli scienziati europei in un bunker a studiare e non a fare a gara di comunicati stampa) dice: queste attività NON possono ripartire perché non sapremmo contenere il contagio. Punto. Lo Stato Etico non sa organizzarsi per lasciare i propri cittadini liberi, ma genera regole e costrizioni per compensare la sua incapacità.

Lo stato Equo, in questi casi, indica la strada (regole uguali per tutti) e non sta sul ciglio a controllare che non si deragli, semplicemente si trasforma in binario. Ecco. La differenza tra lo Stato Etico e lo Stato Equo sono i binari. Siamo senza binari con centinaia di matti a bordo strada a dirci ognuno cose diverse. Ricordatevi che dopo lo Stato Etico è venuto il totalitarismo e ci dispiacerebbe assai dover confutare la teoria che la linea temporale non è ciclica.

p.s. ci vorrebbe un altro mega pippone sul tema paesi protestanti, ma lo evito. La Spagna farebbe troppa eccezione. Siamo proprio noi.

p.s. 2 stiamo entrando in uno scenario complesso a cui servirà creatività, intelligenza, solidarietà, visione alla lunghissima. Non siamo proprio noi.

 

Fase 2: “Mettetevi la mascherina e uscite nel mondo. “

“Mettetevi la mascherina e uscite nel mondo. ”

Per l’esattezza ha anche aggiunto lo slogan “Se ami l’Italia mantieni le distanze” che sembra uno di quei cartelli attaccati su culi dei TIR con la faccia di Padre Pio o la Madonna di Lourdes.

Diciamoci la verità, anche nel momento più buio di questa pandemia una parte di noi sapeva che la parte più difficile sarebbe venuta dopo. Che dirci con intensità emotiva di stare chiusi in casa mentre il virus faceva in Italia, tanti, troppi morti è stato semplice. Ad oggi siamo ancora il Paese con il numero di morti ufficiali secondo solo agli USA e quinto per morti per milione di abitanti. Non è stato difficile tenerci a casa. Alle Partite Iva i 600euro sono arrivati quasi subito, la CIG ancora non arriva, a proposito se ne hanno notizie? Chiedo per migliaia di persone.

Per il dopo alcuni di noi avevano chiesto di che venisse chiarito bene il come e di non snocciolare il calendario dei quando.
Che dovevamo metterci le mascherine e stare lontani lo avevamo compreso facendo la fila all’alimentari o in frutteria con tutto il tempo della giornata a disposizione.

Il grande tema del dopo non era questo, ma le cose davvero complicate, quelle “piccole cose” che dal 4 maggio, quando saremo liberi di andare dai congiunti e al lavoro, saranno un problema gestire.

Erano i bambini per prima cosa. Per il loro equilibrio, la loro crescita e, non di secondaria importanza, i lavoro dei genitori, in primis delle mamme. Era quali risposte dare a tutti quei settori che tra due mesi chiuderanno per mancanza di soluzioni che non sia solo un aiuto di Stato, l’ennesimo bonus incentivante a fare X piuttosto che Y, ma idee. Servivano e servono idee. Che dovevamo immaginare il modo dei lavoratori di tornare a lavorare era evidente, sono settimane che chi ha responsabilità di persone lo sta facendo. Sindacati, RSPP, manager, imprenditori. Mascherine e distanza. Il trasporto pubblico mi pare sia stato abbandonato ai comuni e agli enti locali con qualche indicazione (sempre distanza e mascherine). Indicazioni su chi deve fare smart working lasciate alle singole aziende, così avremo lavoratori con capi ansiosi che torneranno a lavorare, e viceversa con qualche eccezione.

L’impressione, fortissima, è che si sia alla fine ceduto ai “poteri forti”(passatemi queste due parole che detesto), agli industriali che volevano tornare a lavorare (e che forse in alcune regioni avrebbero potuto non smettere di farlo se la regola è solo mascherina e distanza e come sappiamo molti codici Ateco NON hanno mai chiuso), ai sindacati che in alcuni casi hanno giustamente paura di tornare a lavorare (vedi la scuola, ma so bene che il tema scuola è molto più complesso, ma perché i comuni possono parlare di centri estivi e lo Stato non dice una parola, quali sono le linee guida), alla CEI che vuol tornare a dire Messa (siete pazzi, l’età media delle persone che snocciolano i rosari è altissima, mia madre NON ce la mando!). Il “congiunto” sarà infine la giustificazione per andare ovunque, perciò liberi tutti, ieri sera una cosa è stata chiarissima: che se non ci autoregolamentiamo l’epidemia tornerà.
Avrei preferito delle regole più chiare. Non ferree, ma chiare. Per muoverci tutti su dei binari comuni e non ognuno ad interpretazione come, ahimè, accade sempre in Italia.

Il 25 aprile che vorrei.

WhatsApp Image 2020-04-25 at 08.41.13Il 25 aprile che vorrei.

Mio padre e mia madre non sono mai stati molto “politicizzati” si direbbe adesso impropriamente.
Mia madre veniva da una famiglia che era stata fascista, ma più clericale che fascista, devotissimi di Padre Pio con anni di vita in Africa fino all’arrivo degli inglesi che li rispedirono in Italia su navi separate. Mio nonno viaggiò da solo, separato dai genitori (aveva 13 anni all’epoca) sembra in compagnia di Hugo Pratt con il quale si legarono.
Il mio bisnonno era invalido della I guerra mondiale e ad Addis Abeba dirigeva il lebbrosario (pare che fu quello a salvarlo dal campo di concentramento in India e non la Madonna come lui sosteneva) e fu uno di quei maschi italiani che fece arrivare in Africa anche la moglie e l’unico figlio per restarci a vivere perché in Italia era solo un povero impiegato di concetto delle Ferrovie. Non ho mai approfondito questo lato della famiglia perché me ne vergognavo (lo sto facendo adesso in un obbligato esercizio della memoria di cui ringrazio in particolare Igiaba Scego e Francesca Melandri per averlo con le loro parole e i loro lavori ispirato).
Preferivo non parlarne. Il mio bisnonno non ha mai parlato di quegli anni, ho avuto tempo di conoscerlo e di passarci del tempo (morì nel 1999) per lui il passato era più legato alla sua fede, a Padre Pio, alla raccolta fondi per la Casa Sollievo della Sofferenza. Mio nonno nemmeno parlava con me volentieri del suo passato perché sapeva quanto vivessi nella mitologia della famiglia paterna, partigiana e comunista. Raccontava di quando un ebrea gli diede un passaggio in macchina per andare al sabato fascista (doveva avere non più di 14 anni) con commozione, su questo, sulle legge razziali non ebbe mai cedimenti, le considerava un’idiozia. Quando tutto finì, nel ’43 corse ad arruolarsi nella RSI, ma il bisnonno lo recuperò per i capelli e lo fece nascondere dai gesuiti perché, ormai arruolato, era ufficialmente disertore. Con molta probabilità lo fece per dimostrare a sua madre che non era lo stupido ragazzo che lei gli diceva di essere. Io e mio nonno non siamo mai riusciti a parlare bene di queste cose se non negli ultimi anni in cui ho deciso che dovevo solo ascoltare per capire, per ricordare e non per contraddirlo continuamente forte del mio cognome.
Dall’altra parte avevo un fratello del nonno partigiano, incarcerato a Regina Coeli, critico letterario, futuro parlamentare del PCI, primo direttore dell’Unità fino alla morte prematura (morì con una donna nel letto che non era sua moglie ma il partito lo nascose, ah com’era bigotto il PCI del 1966!), potentissimo responsabile della cultura del PCI (qualcuno dice un vero guaio per la cultura italiana) amico di Guttuso, di Neruda, di Sartre, di Amendola, compagno di banco di Zevi (eh Tobia Zevi) e le sorelle di mio nonno che avevano fatto la resistenza chi nelle fogne di Bologna e poi di nuovo a Roma a San Lorenzo, chi in bicicletta a Roma facendo la staffetta per portare messaggi sui lati di Roma quando i tedeschi volevano fare saltare i ponti. Avevo il mondo di Vittorini, di Pavese, di Ginzburg, di Luchino Visconti, il mondo di chi poteva vantare – classe media fin dal 1800 – di avere combattuto in Sicilia con Garibaldi e contro i Borboni fino a dare un antenato parlamentare in una delle prime legislature del Regno, insomma una storia tutta nobile ai miei occhi che aveva attraversato la storia d’Italia.

Ecco se potessi esprimere un desiderio oggi vorrei la tavolata che non ho mai potuto avere da grande, averli al tavolo adesso, vecchi come erano prima di morire, almeno mio nonno materno e la mia prozia paterna Maria Felice a parlare di quel periodo e io ad ascoltare per capire. Ho capito che il mio 25 aprile è più capire l’altra parte che quella che per comodità ho scelto e di cui mi vanto di appartenere profondamente.
Due giorni fa ho riaperto i taccuini dal Carcere di Mario Alicata. Descrive molto bene tutto, in poche righe. Riguarda persino questa quarantena se lo si legge con le dovute pinze. Molto di ciò che è accaduto al Paese, di ciò che accade nei momenti di crisi dipende dagli strumenti che si possiedono. Questi strumenti non sono innati, non sono titoli nobiliari, sono strumenti di esclusione o inclusione sociale. La liberazione oggi è sempre di più non imporre una visione, ma la generazione di strumenti per tutti che consentano di appartenere a quella visione. Attenzione perché la crisi in cui stiamo entrando (sempre con le dovute pinze) somiglia moltissimo al dopo I guerra mondiale. Crisi che per divario sociale hanno generato Hitler e Mussolini. Guardiamoci da questo: lo si fa guardando l’altra parte non stando comodi nella nostra. W il 25 aprile. W la Liberazione.

Il cambio a la Repubblica.

Condivido il post molto lungo di Vittorio Zambardino sul cambio ai vertici di La Repubblica (Molinari al posto di Verdelli) e mi permetto di aggiungere la mia opinione sul tema anche a proposito di quello che dice Vittorio.
Vittorio per chi non lo sapesse per noi fuori era “IL” digitale di Repubblica quando nacque repubblica.it.

Ebbe all’epoca (non so se da solo o in compagnia) un’intuizione geniale: quando nacquero i blog e stava cominciando quindi una sorta di drenaggio dall’informazione su carta stampata (o quella digitale che si manteneva come vetrina per acchiappare lettori sulla stampa) ai blog, lui cercò di mettere insieme i migliori e di raccoglierli sotto un grande contenitore di attenzione su repubblica.it. Anche il mio di blog c’era e deve a Vittorio una certa notorietà e non si può dire che scrivessi cose allineate, all’epoca scrivevo molte cose sul cambiamento politico, il PD appena nato che non riusciva a diventare quello che voleva diventare, insomma cose non proprio in linea con la Repubblica degli appelli e delle raccolte firme e delle piazze convocate, insomma della Repubblica che in questi anni ha fatto politica più che orientarla (cosa che ci sta che un giornale faccia, lo fanno tutti i grandi giornali forse anche non volendo, ma con più eleganza).
Poi questa roba venne spazzata via, non so bene come andò, ma all’improvviso Vittorio non si occupò più di digitale e credo che più o meno a seguire l’esperienza di “raccolta” del mondo esterno venne istituzionalizzata (secondo me malissimo) da Huffington Post. Almeno così ho avuto l’impressione che accadesse.
In realtà per un periodo ci fu anche un Giuseppe Smorto bravo a cercare di equilibrare la linea del giornale e il mondo fuori, ma credo che le cose nel digitale fossero diventate troppo blindate rispetto ai tempi di Vittorio.
Per quanto riguarda Repubblica e la sua “crisi”, ha ragione Vittorio, per cambiare ci vorrà una cura lacrime e sangue, per far tornare il giornale alla sua missione originaria, quella che aveva per i nostri genitori negli anni 80 e che noi piccoli – almeno io – leggevamo in bagno tra una vignetta di Forattini e la cronaca del mostro di Firenze (all’epoca io la politica la saltavo che mi annoiava da morire). Ci sono tantissimi giornalisti bravi (penso a Tonia Mastrobuoni che in questo periodo ha raccontato benissimo la Germania, penso anche ad altri, ma devo dire pochi e non mi va di elencarli), ma ci sono tantissimi giornalisti che sintetizzano troppo, che raccontano male, che non dicono tutto, come se ci fosse un disegno che va oltre il clickbait. Ecco un’altra cosa da fare è cercare il giusto equilibrio tra notizie e pubblicità. Possiamo ritrovare un giornale che verifica le notizie prima di darle? Che traduce bene le lingue straniere, che non ci attira con titoli terroristici, che non posta video della qualunque del bimbo che ride col cane sul divano che ride anche lui per farci fare click? Forse questo i giornali e le TV lo impareranno dai pubblicitari che prima o poi capiranno che sta roba non serve, sono soldi buttati e libereranno i giornali.
Lo stile Fiat. Su questo devo dire una cosa. La Stampa non era Fiat, non lo è mai stata veramente, almeno non la Fiat che tutti pensate di conoscere.

Fiat era Gianni e La Stampa era Umberto. Più schivo, più metodico, più manager. La Fiat di oggi non esiste più. Si chiama FCA e nel frattempo ha avuto un Marchionne di mezzo che è figlio del brevissimo periodo in cui Umberto ha sostituito Gianni che, dai racconti, era molto carismatico, ma non aveva gran fiuto per i manager come si evince dalla storia Fiat degli ultimi anni prima di Marchionne e che come molti imprenditori di famiglia italiani (malgrado le dimensioni, Fiat prima di Marchionne era questo) tendeva più a cercare la claque manageriale che lo shock aziendale. E credetemi che dopo 20 anni dalla morte di Gianni, qualche residuo culturale di quella roba lì lo si trova ancora in qualche meandro della palazzina, come la chiamavamo noi di FCA. Se conosco bene le dinamiche FCA: Molinari è un uomo di fiducia (come Mattia Feltri all’Huffington Post potrebbe essere la carta di sostituzione innovativa del futuro, altra regola manageriale, mai rimanere senza alternative interne) che deve capire bene la situazione del giornale e fare e accompagnare il cambiamento.
Detto questo speriamo che Repubblica torni ad essere un punto di riferimento, anche di un’area, andrebbe bene, ma che lo sia con autorevolezza, senza ansia da click. Se torna ad essere giornale serio, i soldi entrano. Vedrete, prima regola del marketing: se il prodotto è buono si vende. FCA docet (sia nel bene che nel male).

“Parla con Katya” – Oggi con noi Cristiana Alicata, attivista e scrittrice

– Quali sono i tuoi progetti futuri?

Da anni voglio raccontare una storia generazionale attraverso le storie delle generazioni precedenti. Il XX secolo è stato un secolo straordinario per la collettività, a proposito di eventi “comuni” e molti – che quindi hanno effetti “comuni” su molti. Noi siamo anche questo. Siamo la generazione perduta dei nostri bisnonni durante la I guerra mondiale e siamo quella del dopoguerra. Siamo i figli dei sopravvissuti a quei traumi collettivi. Ma prima d’ora le guerre erano state così “industriali”, così “mondiali”. Questo racconta molto di cosa siamo noi adesso. Ed anche delle nostre somiglianze.

BoundlessRainbowLove

Un sorriso sbarazzino e uno sguardo che parla da dietro un paio di occhiali che le danno un che di intellettuale: la freschezza di Cristiana Alicata non deve trarre in inganno, perché siamo di fronte ad una persona veramente tosta, che sa cosa vuole e si impegna per ottenerlo, di cui certamente chi non è digiuno di attivismo LGBT avrà quanto meno sentito parlare.

– Raccontaci un po’ di te…

È così difficile rispondere perché è difficile sapere da dove cominciare, così difficile che l’ho messo dentro il prossimo libro che avevo in testa da anni e che ora, in quarantena, sto provando a buttare giù. Quindi per la storia seria dovrete aspettare. Per quella breve: sono un essere umano come tutti. Forse un mese fa avrei risposto in modo diverso, avrei raccontato cose che mi sembravano “speciali”, ma in quarantena mi sono scoperta uguale a tutti gli altri. Quindi…

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