Questi mondiali femminili

Questi mondiali femminili mi stanno evocando un sacco di ricordi.
Quando ero piccola vivevo per il calcio. Ho sognato di giocare a calcio dai 3 ai 10 anni e ci giocavo ogni giorno per strada, sull’asfalto, in un piccolo paese del bergamasco.
A torello, a squadre, a gara di palleggi.
Ero l’unica femmina.
A scuola ogni tanto non mi facevano giocare solo per il fatto che ero femmina. 
Un giorno all’oratorio l’allenatore dei pulcini mi convinse che potevo entrare nella squadra dei maschi che non c’erano regole precise, l’unico problema erano gli spogliatoi.
Mi mandò a casa con una sacca con la divisa e gli scarpini e rassicurazioni per mio padre che avrei fatto la doccia nei bagni degli arbitri.
Immaginatevi la faccia di mio padre e la fine che fece quella borsa di tela piena di cose preziosissime che avevo desiderato per anni.
Poi ho giocato a calcetto, allenato una squadra amatoriale (Elisa Valeria e Giu Bucky voi ve lo ricordate di sicuro) quando la spalla lussata non mi ha più permesso di giocare.
Quando vedo queste ragazze 20 anni dopo urlare gli inni delle loro nazionali mi viene da piangere, sono quello che viene dopo, quello che poi ce la fa, quello che viene dopo le nostre lotte a mani nude contro padri, oratori, cultura, strada. Contro tutti.
Orgogliosa di voi #ragazzemondiali

Diario di bordo di un tutore e di un migrante non accompagnato #7

E’ tutto molto complicato a volte.

E’ complicato fare il tutore di un minore migrante che dopo un lungo viaggio, le botte in Libia, mesi a non fare nulla in centri di prima accoglienza non siamo alla fine riusciti a recuperare.

Non che Y abbia fatto nulla. Semplicemente NON ha aderito ad alcun progetto che la scuola, noi, i servizi sociali, la casa famiglia gli ha proposto.

Ho pensato a lungo se concludere il Diario di un tutore migrante non accompagnato che avevo iniziato mesi fa raccontando che questa storia, almeno per ora, non ha un lieto fine.

E’ una storia che i razzisti che infestano l’Europa useranno contro l’accoglienza, ma è una storia che voglio raccontare perché se vogliamo (da sinistra) cambiare verso a questo tempo, questa storia è la storia che va studiata. L’accoglienza è difficile, l’integrazione è difficile.

Se è complicato crescere i propri figli (non farli finire nei guai, non farli drogare, non farli perdere negli anni più delicati), figuriamoci farlo con qualcuno che incontriamo quando ha 16 anni e che viene da un viaggio terribile e da condizioni sociali spesso drammatiche.

E’ questo il passaggio che dovremmo capire come comunità: il tema non sono gli sbarchi, il tema è l’impegno che mettiamo per integrare chi arriva, per dargli un’opportunità, per farlo fidare di un paese straniero, di gente che parla una lingua diversa, che ha religione diversa spesso, che ha culture diverse. Manca la fiducia.

Ci si fida dei propri simili, lo facciamo tutti. Ci si fida di quello che si conosce, lo facciamo tutti. Ci si fida delle persone con cui siamo cresciuti, lo facciamo tutti.

Magari questo non è il finale, magari ci vorrà più tempo per portare Y su una strada utile per la sua vita. Ho tentato spesso di dirgli di studiare pensando all’Y di domani. Ma mi sentivo sempre un po’ ridicola nel farlo. Ma chi di noi lo ha fatto? Chi di noi ha mai agito a 17 anni pensando alle storie dei padri e dei nonni? Nessuno.

Se mai la sinistra tornasse al governo potrà farlo soltanto guardando in faccia i limiti enormi del processo di integrazione che deve essere più efficiente e più rapido. Non si può tenere un 15enne fermo quasi un anno in un centro di prima accoglienza. E’ dal giorno dopo che deve iniziare a studiare lingua, leggi, un mestiere. Solo così gli daremo un’opportunità di fiducia: se noi ci dimostriamo affidabili. Un paese che tiene un 15enne fermo a non fare nulla per un anno è un paese che non funziona, un paese inefficiente e che spreca risorse. La strada non è quella di Minniti e di Salvini. Non sono gli accordi con la Libia, la strada è quella di fare funzionare il paese. Come dicevo ieri ad un’amica commerciante che si lamentava dei negozi stranieri: tu non ti stai lamentando degli stranieri, ti stai lamentando dell’assenza dello stato che vale per tutti. Italiani e stranieri. O ripartiamo da qui o Salvini e i sovranisti avranno sempre le praterie della semplicità: se non riesci a risolvere il problema (e loro manco ci si vogliono mettere), eliminalo. La sinistra deve essere quella del coraggio di affrontare il problema, non avere paura di ammetterlo come fa spesso e trovare soluzioni per risolverlo. In Danimarca la sinistra ha fatto questo: non è passata a destra. Ha semplicemente ammesso il problema (conflitto tra migranti e classi sociali meno abbienti) e ha dichiarato finalmente di volerci mettere mano.

 

50 anni di Pride

50 anni di Pride.

50 anni di battaglie, di dolore, di lotta, di pianti, di vittorie e di sconfitte. In tanti paesi la legge ha determinato la piena parità…ma se guardiamo al mondo ci sono luoghi dove non solo la piena parità ancora non c’è, ma omosessuale fa rima con tortura e di pena di morte.

La strada è ancora lunga, non dobbiamo guardare solo a noi, ma all’intera comunità.

Se una cosa ci hanno insegnato le trans che quel giugno del 1969 a Stonewall, New York, si ribellarono alla violenza della polizia è che questa lotta è una lotta di resistenza, di ribellione e di colore.
La nostra lotta è stata anche ribaltamento dello status quo, rivoluzione dei costumi per dimostrare che la felicità non passa quasi mai per l’educazione e per il conformismo. Ricordatevelo: mai. Disobbedite.
L’ho pensato anche io per tanto tempo che la strada giusta fosse il conformismo, il conformarsi, ma ogni libertà, ogni diritto, ogni avanzamento è sempre passato per uno scandalo (lo sapete che anche il caffè e la forchetta quando vennero introdotti vennero considerati elementi malefici e demoniaci??). Lo scandalo è quando qualcuno storce la bocca. Oggi anche dire “mia moglie” è uno scandalo (io ogni volta inciampo ancora sulla parola, io che non ho mai paura del mio coming out).
Anche dire “amo Dino” è uno scandalo.

Fate scandalo, siate voi stessi, siate felici. Che siate gay, etero, bisessuali, trans…siate voi stessi fino in fondo e siate felici. Siamo una delle poche minoranze che ha ottenuto diritti senza bombe, senza violenza, senza sangue. Siamo orgogliosi anche di questo: di essere sempre quelli che spiegano, testimoniano con il corpo, sorridono anche quando è complicato.

Buon Pride a tutti e tutte e tutt*.

Se siete di quelli che lunedì si chiederanno perché.

La risposta è qui:

Questa mattina (sabato 25 maggio 2019) la prima notizia su tutti i giornali italiani on line alle 11:30 è che un miliardario americano vuole comprarsi una squadra di calcio italiano. La rappresentazione plastica di un disastro alla vigilia di elezioni importantissime. E non ditemi che è una notizia da silenzio elettorale. Vi prego.

Sul NY Times prima notizia: dimissioni di Teresa May

Su El Pais: le elezioni di Madrid

Sul Times: tema dimissioni di Teresa May

su Le Monde: le elezioni europee

Non continuo perché è umiliante e mi vergogno.

Elezioni europee 2019: cosa votare

Il mio voto per domenica Collegio Centrale (lLazio, Marche, Umbria, Toscana):

Voterò Più Europa ed esprimerò preferenze per: Emma Bonino Francesco Mingiardi (che ha denunciato fin dai tempi di Minniti gli accordi con la Libia e lavorato con la squadra dei radicali Roma su tutti i temi scottanti di Roma dal bilancio all’Atac), Silvja Manzi

Se proprio dovete votare PD, voterei: Simona Bonafè, Bartolo.

Se votate La sinistra: Marilena Grassadonia

ALTRI COLLEGI:

Collegio Nord Est, per Più Europa: Pizzarotti e Manzi.

Collegio Nord Ovest: per Più Europa Della Vedova, Manzi. Se dovete votare PD Irene Tinagli e Pierfrancesco Majorino e Daniele Viotti

Collegio Sud, per più Europa: Francesco Galtieri, Manzi.

Collegio Isole, se dovete votare PD votate Mila Spicola e Bartolo.

IN TUTTI I CASI ESPRIMETE UNA PREFERENZA, NON VOTATE SOLO IL PARTITO.

Il 1994 è finito. Di giustizialismo e democrazia.

Ora che dopo anni abbiamo una lista quasi infinita di politici indagati, gettati nel fango, annientati e poi assolti in via definitiva abbiamo tre scelte: o pensiamo che lo Stato sia corrotto fino al midollo, fino a controllare i giudizi per via definitiva assolvendo persone in realtà colpevoli (sarebbe una teoria molto eversiva) o chi indaga lo fa male (e magari fa le cose in fretta per motivi mediatici e rovina le inchieste) e non riesce a produrre prove oppure lo fa in malafede sopratutto sotto elezioni (o magari alcune inchieste vengono conservate per essere fatte uscire al momento giusto).

Ecco io faccio parte di quei cittadini semplici ai quali oggi un avviso di garanzia NON fa più alcun effetto e forse non vorrei nemmeno saperlo.

Diteci le cose quando avete finito e avete le idee chiare perché molte inchieste finite in un nulla di fatto hanno cambiato la storia del Paese e questo è grave. Quindi anche la magistratura (e sono nipote di un magistrato) senta addosso la responsabilità dell’impatto mediatico che ha il loro prezioso lavoro di “terzo potere”.

Cominciamo ad invertire la tendenza che ci ha fagocitato nel 1994 e a tornare democraticamente e costituzionalmente garantisti (ovvio che le sentenze devono essere veloci, lo Stato si organizzi per fare funzionare la giustizia, perché anche una giustizia lenta NON è indice di una buona democrazia)

Gli intellettuali (gasp) e le periferie.

Si dice sempre che la politica non frequenta più le periferie e di solito a dirlo sono gli intellettuali, i giornalisti, insomma quella categoria di persone che parla di politica molto spesso, ma tenendola a distanza. Torno adesso da un pomeriggio al Parco delle Palme (siamo sulla Palmiro Togliatti) dove un gruppo di ragazzi ha animato un reading di letture e poesie (ho avuto la fortuna di ascoltare Carla Di Veroli raccontare di Settimia Spizzichino, sopravvissuta all’Olocausto, ed è stato molto toccante) e con gli esercenti della strada hanno messo su una biblioteca diffusa (Miriam Agnese Patacchiola poi qui sotto lo racconti per tutti?). C’era anche Simone del Parco di Torpignattara che è una specie di Svizzera – come dice Miriam – dei parchi autogestiti (confermo, l’ho visto è bellissimo). Ci doveva essere Alessandra Laterza e lei è come se ci fosse stata (a proposito, fissiamo questa data, sono pronta!).

Ora…

…ogni volta che finisco in luoghi di trincea a parlare del mio libro mi sento sempre dire che gli autori famosi in questi posti non ci vanno mai (me lo hanno detto in una libreria di una cittadina di provincia della Lombardia, me lo hanno detto in un paesino di Avellino e in mezzo ai monti dell’Abruzzo). Io capisco il tema del business letterario (quanta gente ci sarà, quante copie venderete, quanti giornalisti famosi amici vostri ci saranno per fare una recensione che poi magari voi ricambierete), ma se non ci andate voi scrittori famosi e intellettuali fighi, ma chi ci deve andare in questi posti? Io? Io comunque ci vado sempre, non chiedo mai quante persone ci saranno. Sono felice anche se c’è una persona, mi onora pensare che in posti così remoti qualcuno si sia letto il mio libro e voglia parlare con me. E poi finisce sempre che imparo qualcosa io, che mi smonta un pregiudizio e sopratutto finisce sempre con del vino buono e qualcosa di locale e tanta allegria e felicità. Io vado sempre via grata per l’invito. Grazie Miriam Agnese Patacchiola mi hai fatto un pomeriggio felice.