Ciao Fiat.

6 luglio 2017 § 2 commenti

(english version below)

Ciao Fiat. Eh, ciao Fiat pare facile a dirsi dopo 14 anni.

Allora invece di Ciao, dirò Grazie.

Grazie, sentite quanto è una bella questa parola, dovremmo imparare tutti a dirla più spesso. Le Grazie erano le figlie di Venere e Giove e la parola Grazie, come potete immaginare, contiene anche la parola bellezza. Pensate quante cose si trasmettono quando diciamo grazie a qualcuno.

Grazie perché in questi 14 anni ho imparato tutto, girato l’Italia e anche un piccolo pezzo di mondo.

Ho imparato moltissimo da colleghi di ogni grado, livello e provenienza. Ho imparato dagli imprenditori che ho incontrato. Ho imparato moltissimo dagli operai, soprattutto dai “miei” colleghi operai di Napoli. Da chi si è preso il diploma di notte, da chi sta crescendo i figli da solo, da chi si vuole sposare, da chi non riesce a sposarsi. Ho imparato dai manager che mi hanno gestito, dalle persone che ho gestito dai colleghi con cui ho lavorato e condiviso. Ho imparato dagli imprenditori a cercare idee per sopravvivere al tempo della crisi. Cambiare, evolversi, imparare. E’ stato uno spettacolo meraviglioso vederlo accadere. E’ stato uno spettacolo meraviglioso poter “ascoltare”. Solo con l’orecchio a terra puoi prendere la decisione giusta e il rumore non è mai solo quello del mercato, deve essere anche quello delle persone con cui lavori.

Grazie a chi di voi ha avuto fiducia in me. Grazie a chi mi ha lasciato sbagliare, a chi mi ha insegnato a far girare le informazioni e non usarle come arma di potere, ad essere trasparente fino all’ingenuità, a condividere, parlarsi, rispettare le persone, a difendere le proprie persone, ad accompagnarle perché non c’è niente di male a chiedere e dare aiuto sul lavoro, ad accettare la dialettica come valore e non come indisciplina. Grazie a chi mi ha insegnato (facendolo con me) che fare il manager “bene” ha anche un risvolto etico, una responsabilità sociale, un dovere politico. Che un altro modello di leadership è possibile.

(Grazie anche a chi è stato l’esatto contrario. A volte, purtroppo, capitano anche loro, sono come i sassolini nelle lenticchie: anche se pochi fanno danni ingentissimi. Anche da loro si impara tantissimo, se si sopravvive)

A mia volta ho imparato, spero, a fare lo stesso con le “mie” persone. Ogni giorno. Soprattutto quando le cose non andavano bene. Soprattutto in quel caso, se no, come si dice a Roma, so’ boni tutti. A mia volta grazie a tutte le persone che ho gestito. Grazie perché si sono presi la libertà e l’hanno trasformata in responsabilità. Grazie a chi si è fatto accompagnare un po’ di più, a chi mi ha chiesto aiuto senza avere paura di farlo (non abbiate mai paura di farlo) e a chi invece mi ha chiesto “lasciami fare” (non abbiate mai paura di farlo) e se lo meritava e ha sfidato la parte più difficile del manager: dare delega. Non è stato sempre facile neanche per me, presuppone fiducia e profonda capacità di comunicazione emotiva.

Grazie a tutte le persone che hanno cominciato a scrivermi in questi giorni per chiedermi come stavo perché la notizia che me ne vado cominciava a girare. Grazie agli amici, tantissimi amici, che resteranno per sempre, come è normale che sia quando si costruiscono ponti e si “sta” nelle cose davvero. Non sarei quello che sono senza questi 14 anni, senza ognuno di voi. Sono stati gli anni più belli della mia vita e a volte anche i più difficili, certo.

E’ stato un onore fare parte di “questa” storia, difendere il lavoro fatto con quelli che fuori non ci credevano, combattere il pregiudizio (eh, sì) ed essere insieme consapevoli delle cose ancora da fare e da cambiare, perché in questi 14 anni non ci siamo mai fermati, non eravamo mai, giustamente, contenti. Io non lo ero mai. Vi auguro di continuare a scrivere quella storia.

Nel farlo vi auguro anche, però, di trovare il tempo di alzare la testa e di guardare sempre le vostre persone, di ascoltarle. Trovare il tempo per loro, sempre. Trovare il tempo di costruire valore. Di lasciare qualcosa. A volte di dire no se pensate che la direzione non sia quella giusta per l’azienda, malgrado possa essere quella giusta per la vostra carriera (uno degli aspetti più pericolosi e dannosi in un’azienda, da cui ci dovrebbe difendere con sistemi di allarme avanzatissimi).

Gli inglesi usano una bellissima parola, dicono “engagement”. Il fattore che fa la differenza tra il poter “andar bene” e il poter eccellere. L’engagement è un fattore emotivo. Non costa nulla, ma è uno dei patrimoni più preziosi di un’organizzazione. Ed è la cosa più difficile da generare. Non rinunciate mai ad ingaggiare le vostre persone, i vostri colleghi, i vostri partner.

Vi auguro di rifiutare compromessi e scorciatoie, di poter essere “consistenti” e credibili e soprattutto di lasciare sempre le cose migliori di come le avete trovate. Ecco se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che le cose vanno sempre lasciate meglio di come le si è trovate e credo di avere sempre lavorato per questo.

Ciao Fiat, adesso è davvero il tempo di dire Ciao.

“Se vuoi costruire una barca, non radunare gli uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito. Antoine de Saint-Exupéry”

Cristiana.

Ciao Fiat. Eh, Ciao Fiat. after 14 years it seems easy to say. Then instead of Ciao, I’ll say Grazie. Grazie, hear how beautiful this word is, we all should say it more often. The Grazie were Venus and Jupiter‘s  daughters and the word Grazie, as you can imagine, also contains Beauty. Think about how many things we convey when we say Grazie to someone.

Grazie for all I have learned in these 14 years. I had the opportunity to see a big part of Italy and a small piece of the world. I have learned a lot from colleagues of every degree, level and provenance. I learned from the entrepreneurs I met. I learned a lot from the workers, especially from my fellow workers in Naples.  From whom get their diploma studying during the night, from whom is bringing up their children alone, from whom want to marry his or her spouse, from those who can not get married. I learned from the managers who managed me, from the people I managed, from the colleagues I worked with and shared with. I learned from entrepreneurs who were looking for ideas to survive during crisis times.

Change, evolve, learn. It was a wonderful show to see it happening. It was a wonderful show to be able to “listen”. Only with the ear on the ground you can take the right decision and the noise is never only the market, it must also be the one of the people you work with. Grazie to you who trusted me. Grazie to you who let me being wrong, to those who have taught me to turn the information around and not use them as a power weapon. Grazie to whom taught me to be so transparent to seem ingenuous, to whom taught me to share, to talk, to respect and to defend their own people. Grazie to you who taught me to support people because there is nothing wrong in asking for and giving help, accepting dialectic as a value, and not as a rebellion.

Grazie to whom taught me (doing it with me) that being a good manager is also an ethical and social responsibility, a political duty. Through this I learned that another leadership model is possible.

(Grazie also to those who were exactly the opposite. Unluckily, sometimes there they are, like pebbles in the lentils: even if few people, they do great damage. If you survive to them, you can also learn a lot from them).
In my turn, I learned, I hope, to do the same with my “people”. Every day. Especially when things did not go well. Especially in that case. Grazie to all the people I managed. Grazie for having taken freedom and turned it into responsibility. Grazie to those who have been supporting a bit more, to those who asked for help without being afraid to do so (do not ever be afraid to do it). Grazie to those who asked me “let me do” (do not ever be afraid to do it), they deserved it and they challenged the hardest part of the manager: to delegate. It has not always been easy for me, it required trust and deep emotional communication skills.

Grazie to all the people who started writing to me these days to ask me how I am. Grazie to all the friends, lots of friends, who will stay forever, as it is normal when you build bridges. I would not be what I am without these 14 years and without each one of you. These 14 years were the most beautiful of my life,  sometimes even the most difficult, of course.

It was an honor to be part of this “story”, to defend the work done with those who did not believe in it, to fight prejudice (eh, yes) and to be together, with the awareness about the things to do and to change direction. In these 14 Years we never gave up, we were never satisfied. I never was. I hope you continue writing this story. In doing so, I also hope that you will find time to raise your head and always see your people and listen to them. I hope you will find time for them, always. Find time to build value. Leave something. Sometimes say no, if you think that the direction taken is not the right one for the company, although it may be the right one for your career (one of the most dangerous and damaging aspects in a company that we should defend with very advanced alarm systems). The British use a beautiful word, “engagement”. It is the factor that makes the difference between being able to “go well” and to be able to excel.

Engagement is an emotional factor. It does not cost anything but is one of the most precious assets in an organization and it is the hardest one to generate. Never give up in engaging your people, your colleagues, your partners. I wish you to reject compromises and shortcuts, to be “consistent” and reliable  and above all to leave things better than they were. Here it is what I have learned in these recent years: things should always be better than they were. I think I have always tried to do this.

Ciao Fiat, now it’s really the time to say Ciao.

If you want to build a ship, don’t drum up people to collect wood and don’t assign them tasks and work, but rather teach them to long for the endless immensity of the sea. Antoine de Saint-Exupery

Cristiana.

Stare da una parte o della dissidenza.

23 ottobre 2016 § 4 commenti

in Italia dovremmo rivedere cosa significa stare da una parte. Per la maggior parte di noi “stare da una parte” e’ difendere quella parte anche davanti all’evidenza dell’errore.
Criticare anche una sola volta e’ tradimento, significa varcare la soglia della “casa”, uscire per il bosco oscuro, inseguiti dalla sassaiola,
Per questo la maggior parte preferisce “restare dalla parte” sempre (ci sono anche quelli che criticano quando hanno gia’ “un’altra parte”, eh).
Quindi si perde la capacita’ di criticare, si ha paura di farlo, quella buona pratica che e’ discutere, criticare per cambiare. La critica viene vista come distruzione: a sinistra e’ il tipico approccio comunista sovietico. Il critico e’ oppositore. il dissidente. Va distrutto con qualsiasi mezzo. Azzerato. La sua distruzione diventa piu’ importante del cambiamento, diventa meta finale, non parte di una visione. Per cui si perde di vista la visione. Resta solo il nemico.
 
Mi piace pensare (in coppia, in azienda, in politica) che stare da una parte significa sollevare i problemi per cambiare. Fare meglio. Crescere. E sopratutto non essere spazzati via: da un’amante, da un competitor, da un movimento populista.
La natura del nostro Paese secondo me e’ racchiusa in questa mancata maturita’ che e’ personale e collettiva insieme. Dobbiamo trovare il modo di evolverci per sopravvivere.

Un piccolo gesto per Amatrice.

2 settembre 2016 § 2 commenti

Con Francesca Moraci che siede con me nel Consiglio Di Amministrazione di ANAS abbiamo deciso di versare il 100% del nostro emolumento di settembre al comune di Amatrice. Un piccolo gesto che si aggiunge alla immensa solidarieta’ che molti dipendenti di Anas stanno dimostrando insieme al resto del Paese. E’ nostro desiderio contribuire ad una sana ricostruzione che e’l’unico modo per onorare quella terra e i suoi morti.

Qui Amsterdam. Un po’ di pioggia, ma lei e’ arrivata.

2 giugno 2016 § 2 commenti

Quindi la famiglia si e’ ricongiunta, Oggi e’ arrivata anche lei con il cane. Li ho attesi all’aeroporto, ho riso con un olandese dalle scarpe pitonate blu mentre aspettavamo incantati (stare alla porta degli arrivi di uno scalo internazionale per chi ama l’umanit’ e’ come stare davanti al camino in una serata d’inverno) agli arrivi e guardavamo uscire tutta l’umanita’ del mondo dai manager tutti presi dal loro mobile alle famiglie Adams, ai rientri di lungo periodo, ai baci lunghissimi, ai bimbi che si gettavano nelle braccia dei nonni. Insomma poi lei e’ arrivata, ma il volo della KLM era tardi e cosi’ abbiamo mangiato in un ristorante italiano dove la cucina chiudeva alle 23 (informazione importante qui) e dove abbiamo conosciuto Ferdinando che sembra Scorsese e si veste esatto come una foto che ha appesa nel ristorante e parla siciliano stretto (da camurria a amuni’) e poi Mario che sta qui dal 1960 e ha fatto l’imbianchino e’ di Cagliari, ha 80 anni e mentre mi parlava mi accarezzava con il dorso della mano sulle guance e quando ha capito che io e lei stavamo insieme ci ha chiesto se eravamo felici e gli ho risposto di si’ e mi ha detto (con quella pelle di rughe di contadino cotto dal sole anche se quel sole non lo ha visto e allora pensi che quelle sono le rughe dell’Italia e non del suo sole…) che la cosa importante e’ la felicita’. E poi una donna argentina che si frequenta con Ferdinando da una settimana che sta qui dagli anni settanta, e’ scappata dalla dittatura e si ricorda quanto e’ stato bello essere accolti qui e che ora non e’ piu’ cosi’ e che lei e’ socialista e le ho detto anche io lo sono. Insomma qui Amsterdam. Un po’ di pioggia, lei e’ arrivata. tutto bene.

Da Napoli ad Amsterdam.

1 giugno 2016 § 3 commenti

Come qualcuno già sa e come qualcuno ha immaginato ho (abbiamo) lasciato (per lavoro) Napoli per Amsterdam (il che di per se è un passaggio complicato per quanto abbiamo amato Napoli e la sua generosa e meravigliosa accoglienza, ma ne scriverò meglio in seguito perchè glielo devo). Oggi ho cucinato per la prima volta in una casa (che non è ancora quella dove staremo) e già mi sembra di essere tornata ad una parvenza di normalità dopo tre settimane di albergo e di ping pong che lèvate. Sperimenteremo la sensazione (da un punto di vista privilegiato, certo) di stare lontano da casa, di non trovare i fusilli al supermercato, di sperimentare la Babele di lingue e culture che in Italia (permettemelo) non sappiamo nemmeno cosa sia (oggi ho visto fare colazione con formaggio e olive, zuppe liofilizzate, burka al Mc Donald, e bladibadi come dicono qui invece che bla bla bla). Per chi mi cerca al telefono ho finito il roaming sul cell italiano (per non parlare di quanto mi sta facendo incazzare Sky che cripta tutto credo) funziona solo Whatsapp (santo Whatsapp!) con il wi-fi così se mi scrivete lì vi mando il cell olandese. Ovviamente (last but not least) continuerò ad onorare il servizio in Anas (considerate che i CDA sono una volta al mese). Ecco era qualche giorno che dovevo dirvi questa cosa.

Napoli vs Roma

17 marzo 2016 § 2 commenti

Roma avrebbe bisogno di una stagione. Ne discutevo oggi a parte invertite con una napoletana famosa che vive a Roma. Ci confrontavamo sull’era che sta vivendo Roma rispetto a Napoli, un gioco di specchi contrapposti a soli 200km di distanza, solo un’ora di alta velocità ferroviaria, quasi una metropolitana del III millenio. Roma è difficile. E’ complicata, è una città piena di “no”, piena di bastoni ficcati nelle ruote degli sconosciuti e di scale immediate per chi, invece, frequenta salotti, palazzi, Chiese. Roma è la città del “chi conosci”.
 
Napoli è la città del “in qualche modo faremo”, spazi infiniti e lo so che chi non abita qui non riesce a crederci. Napoli è la città del “cosa sai fare” come dovrebbe essere qualsiasi luogo d’Italia.
 
Ieri mi è capitato nello stesso giorno per lavoro di visitare il carcere di Nisida, un carcere minorile dove è nato un laboratorio di pasticceria (vi metto qui il link, così se vi serve una colomba per Pasqua la ordinate da loro) e una cantina piccolissima che fa del vino buonissimo alle pendici del Vesuvio. Napoli offre aria continuamente, apre strade, nell’anarchia spesso abusata da un crimine selvaggio, si spalancano le porte del merito che a Roma non esistono neppure.
 
Sto riflettendo su questa differenza abissale con la nostalgia della lontananza dalla mia città e la sorpresa continua per la città che mi ospita. C’è molta storia antica in questo modo diverso di essere e in questo momento persino la frammentazione politica di Roma racconta un’era che sembra non poter diventare stagione condivisa. Ecco io credo che a Roma serva qualcosa di miracoloso, di potentemente anarchico, una specie di esplosione entusiasta che contamini il modo di stare insieme, di stare nel traffico, di andare al lavoro, di vivere la sera e il tempo libero. Serve una quantità di amore colossale difficile da scovare nella melma in cui è precipitata la Capitale. Scusate il post scomposto, forse poco politico, ma avevo un morso in gola e lo dovevo dire. Non basterà un sindaco. Non basterà un partito. Serve un abbraccio immenso.
 

Il Cielo sopra di noi (il senso dei social o degli incontri)

27 settembre 2015 § 3 commenti

Se penso a quello che mi piace di più nella vita riduco tutto all’umanità.

Adoro ascoltare le persone le loro storie. Uso i social per seguire dibattiti anche completamente idioti dove magari non intervengo nemmeno che mi consentono di fare per un attimo quello che fanno Damiel e Cassiel nel film “Il Cielo sopra Berlino”.

Ecco se qualcuno mi chiedesse il senso dei social network per me gli direi che è questo con tutta la confusione e l’eccessiva velocità che questo, anche, comporta.

Ma questa è la stessa cosa, in fondo, che è racchiusa negli incontri. Ieri un pensionato di una raffineria mi ha raccontato la notte, la chiusura dei cancelli, la percezione delle proprie dimensioni nelle notti di lavoro (di notte diventavamo improvvisamente più piccoli), la trasformazione delle relazioni per cui – mi ha detto proprio così – quelli che di giorno ti sembrano cattivi di notte diventano dei semibuoni . Era come leggere un libro di Massimiliano Santarossa, uguale.

Gli ho detto: sei un filosofo quindi.

E mi ha detto no, quasi: con i turni di notte ho pagato a mia figlia l’università e lei, sì, lei è filosofa.

Se non avessimo tutto questo tra noi essere umani cosa avremmo? Come si fa ad alzare muri, a non avere voglia di leggere gli altri e le loro storie? Esiste forse una forma di analfabetismo relazionale? E come si colma?

Dove sono?

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