Stare da una parte o della dissidenza.

23 ottobre 2016 § 4 commenti

in Italia dovremmo rivedere cosa significa stare da una parte. Per la maggior parte di noi “stare da una parte” e’ difendere quella parte anche davanti all’evidenza dell’errore.
Criticare anche una sola volta e’ tradimento, significa varcare la soglia della “casa”, uscire per il bosco oscuro, inseguiti dalla sassaiola,
Per questo la maggior parte preferisce “restare dalla parte” sempre (ci sono anche quelli che criticano quando hanno gia’ “un’altra parte”, eh).
Quindi si perde la capacita’ di criticare, si ha paura di farlo, quella buona pratica che e’ discutere, criticare per cambiare. La critica viene vista come distruzione: a sinistra e’ il tipico approccio comunista sovietico. Il critico e’ oppositore. il dissidente. Va distrutto con qualsiasi mezzo. Azzerato. La sua distruzione diventa piu’ importante del cambiamento, diventa meta finale, non parte di una visione. Per cui si perde di vista la visione. Resta solo il nemico.
 
Mi piace pensare (in coppia, in azienda, in politica) che stare da una parte significa sollevare i problemi per cambiare. Fare meglio. Crescere. E sopratutto non essere spazzati via: da un’amante, da un competitor, da un movimento populista.
La natura del nostro Paese secondo me e’ racchiusa in questa mancata maturita’ che e’ personale e collettiva insieme. Dobbiamo trovare il modo di evolverci per sopravvivere.
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Un piccolo gesto per Amatrice.

2 settembre 2016 § 2 commenti

Con Francesca Moraci che siede con me nel Consiglio Di Amministrazione di ANAS abbiamo deciso di versare il 100% del nostro emolumento di settembre al comune di Amatrice. Un piccolo gesto che si aggiunge alla immensa solidarieta’ che molti dipendenti di Anas stanno dimostrando insieme al resto del Paese. E’ nostro desiderio contribuire ad una sana ricostruzione che e’l’unico modo per onorare quella terra e i suoi morti.

Qui Amsterdam. Un po’ di pioggia, ma lei e’ arrivata.

2 giugno 2016 § 2 commenti

Quindi la famiglia si e’ ricongiunta, Oggi e’ arrivata anche lei con il cane. Li ho attesi all’aeroporto, ho riso con un olandese dalle scarpe pitonate blu mentre aspettavamo incantati (stare alla porta degli arrivi di uno scalo internazionale per chi ama l’umanit’ e’ come stare davanti al camino in una serata d’inverno) agli arrivi e guardavamo uscire tutta l’umanita’ del mondo dai manager tutti presi dal loro mobile alle famiglie Adams, ai rientri di lungo periodo, ai baci lunghissimi, ai bimbi che si gettavano nelle braccia dei nonni. Insomma poi lei e’ arrivata, ma il volo della KLM era tardi e cosi’ abbiamo mangiato in un ristorante italiano dove la cucina chiudeva alle 23 (informazione importante qui) e dove abbiamo conosciuto Ferdinando che sembra Scorsese e si veste esatto come una foto che ha appesa nel ristorante e parla siciliano stretto (da camurria a amuni’) e poi Mario che sta qui dal 1960 e ha fatto l’imbianchino e’ di Cagliari, ha 80 anni e mentre mi parlava mi accarezzava con il dorso della mano sulle guance e quando ha capito che io e lei stavamo insieme ci ha chiesto se eravamo felici e gli ho risposto di si’ e mi ha detto (con quella pelle di rughe di contadino cotto dal sole anche se quel sole non lo ha visto e allora pensi che quelle sono le rughe dell’Italia e non del suo sole…) che la cosa importante e’ la felicita’. E poi una donna argentina che si frequenta con Ferdinando da una settimana che sta qui dagli anni settanta, e’ scappata dalla dittatura e si ricorda quanto e’ stato bello essere accolti qui e che ora non e’ piu’ cosi’ e che lei e’ socialista e le ho detto anche io lo sono. Insomma qui Amsterdam. Un po’ di pioggia, lei e’ arrivata. tutto bene.

Da Napoli ad Amsterdam.

1 giugno 2016 § 3 commenti

Come qualcuno già sa e come qualcuno ha immaginato ho (abbiamo) lasciato (per lavoro) Napoli per Amsterdam (il che di per se è un passaggio complicato per quanto abbiamo amato Napoli e la sua generosa e meravigliosa accoglienza, ma ne scriverò meglio in seguito perchè glielo devo). Oggi ho cucinato per la prima volta in una casa (che non è ancora quella dove staremo) e già mi sembra di essere tornata ad una parvenza di normalità dopo tre settimane di albergo e di ping pong che lèvate. Sperimenteremo la sensazione (da un punto di vista privilegiato, certo) di stare lontano da casa, di non trovare i fusilli al supermercato, di sperimentare la Babele di lingue e culture che in Italia (permettemelo) non sappiamo nemmeno cosa sia (oggi ho visto fare colazione con formaggio e olive, zuppe liofilizzate, burka al Mc Donald, e bladibadi come dicono qui invece che bla bla bla). Per chi mi cerca al telefono ho finito il roaming sul cell italiano (per non parlare di quanto mi sta facendo incazzare Sky che cripta tutto credo) funziona solo Whatsapp (santo Whatsapp!) con il wi-fi così se mi scrivete lì vi mando il cell olandese. Ovviamente (last but not least) continuerò ad onorare il servizio in Anas (considerate che i CDA sono una volta al mese). Ecco era qualche giorno che dovevo dirvi questa cosa.

Napoli vs Roma

17 marzo 2016 § 2 commenti

Roma avrebbe bisogno di una stagione. Ne discutevo oggi a parte invertite con una napoletana famosa che vive a Roma. Ci confrontavamo sull’era che sta vivendo Roma rispetto a Napoli, un gioco di specchi contrapposti a soli 200km di distanza, solo un’ora di alta velocità ferroviaria, quasi una metropolitana del III millenio. Roma è difficile. E’ complicata, è una città piena di “no”, piena di bastoni ficcati nelle ruote degli sconosciuti e di scale immediate per chi, invece, frequenta salotti, palazzi, Chiese. Roma è la città del “chi conosci”.
 
Napoli è la città del “in qualche modo faremo”, spazi infiniti e lo so che chi non abita qui non riesce a crederci. Napoli è la città del “cosa sai fare” come dovrebbe essere qualsiasi luogo d’Italia.
 
Ieri mi è capitato nello stesso giorno per lavoro di visitare il carcere di Nisida, un carcere minorile dove è nato un laboratorio di pasticceria (vi metto qui il link, così se vi serve una colomba per Pasqua la ordinate da loro) e una cantina piccolissima che fa del vino buonissimo alle pendici del Vesuvio. Napoli offre aria continuamente, apre strade, nell’anarchia spesso abusata da un crimine selvaggio, si spalancano le porte del merito che a Roma non esistono neppure.
 
Sto riflettendo su questa differenza abissale con la nostalgia della lontananza dalla mia città e la sorpresa continua per la città che mi ospita. C’è molta storia antica in questo modo diverso di essere e in questo momento persino la frammentazione politica di Roma racconta un’era che sembra non poter diventare stagione condivisa. Ecco io credo che a Roma serva qualcosa di miracoloso, di potentemente anarchico, una specie di esplosione entusiasta che contamini il modo di stare insieme, di stare nel traffico, di andare al lavoro, di vivere la sera e il tempo libero. Serve una quantità di amore colossale difficile da scovare nella melma in cui è precipitata la Capitale. Scusate il post scomposto, forse poco politico, ma avevo un morso in gola e lo dovevo dire. Non basterà un sindaco. Non basterà un partito. Serve un abbraccio immenso.
 

Il Cielo sopra di noi (il senso dei social o degli incontri)

27 settembre 2015 § 3 commenti

Se penso a quello che mi piace di più nella vita riduco tutto all’umanità.

Adoro ascoltare le persone le loro storie. Uso i social per seguire dibattiti anche completamente idioti dove magari non intervengo nemmeno che mi consentono di fare per un attimo quello che fanno Damiel e Cassiel nel film “Il Cielo sopra Berlino”.

Ecco se qualcuno mi chiedesse il senso dei social network per me gli direi che è questo con tutta la confusione e l’eccessiva velocità che questo, anche, comporta.

Ma questa è la stessa cosa, in fondo, che è racchiusa negli incontri. Ieri un pensionato di una raffineria mi ha raccontato la notte, la chiusura dei cancelli, la percezione delle proprie dimensioni nelle notti di lavoro (di notte diventavamo improvvisamente più piccoli), la trasformazione delle relazioni per cui – mi ha detto proprio così – quelli che di giorno ti sembrano cattivi di notte diventano dei semibuoni . Era come leggere un libro di Massimiliano Santarossa, uguale.

Gli ho detto: sei un filosofo quindi.

E mi ha detto no, quasi: con i turni di notte ho pagato a mia figlia l’università e lei, sì, lei è filosofa.

Se non avessimo tutto questo tra noi essere umani cosa avremmo? Come si fa ad alzare muri, a non avere voglia di leggere gli altri e le loro storie? Esiste forse una forma di analfabetismo relazionale? E come si colma?

A te che riposi davanti al mare.

20 settembre 2015 § 1 Commento

Quel muro lì davanti mi dà un pò fastidio. Lo avrebbe dato anche a te anche perché ti separa dal mare, un pò come accadeva al liceo.

Che gli altri non ci pensano, non possono sapere, perché il mare non ce l’hanno avuto fuori dalla porta del liceo e perciò una parete non gli è mai sembrata qualcosa che li separava dal mare. A noi sì, i muri di scuola ci separavano dal mare direttamente e i muri ci davano fastidio. Fuori c’era l’immediata libertà, l’infinito. Quanto ti piaceva Leopardi. Quanto saresti arrabbiata oggi con tutti quei muri che tentano di fermare la storia.

E’ successa una cosa buffa prima che uscissimo di casa per venirti a trovare. E’ successo che mio nonno mentre eravamo sulla porta e stavamo andando via si è seduto al pianoforte e ha suonato. Non lo avevo mai sentito suonare. Stava gobbo e suonava. Ha sfoderato dolcezza come un’esplosione improvvisa e tu che lo conosci sai che significa. E’ stato come quando ti abbiamo seppellito che immediatamente dopo averti appoggiato alla terra si è messo a piovere, si è aperto un pezzo di cielo sul mare ed è apparso un arcobaleno come se ci volesse consolare per forza. Come se ci stessi dicendo: “Ahò ma che state a fà? State a piagne per me? Ma che siete scemi?” E la tua risata a seguire e quel gesto con cui ti schermivi, la testa mezza girata dall’altra parte come chi se ne sta per andare.

Insomma è la seconda volta che succede una cosa magica, senza senso razionale e allora avevo ragione che eri un pò una maga oltre che una brava dottoressa della legge.

Tuo fratello si fa la pasta al tonno dice. Come tutti i maschi abbiamo riso noi. E’ cresciuto, non in altezza certo, era già un cristone tre anni fa. Ma ha meno capelli, la ferita che gli attraversa il cranio sembra una medaglia di altri tempi, ha qualche capello bianco che tu non gli hai visto spuntare, è un pò stempiato, non ha nemmeno 35 anni e parla di dignità dell’invecchiamento, va a lavorare passando per strade che lo predispongono, in borsa aveva un libro della tua biblioteca che racconta come un tizio intelligente decide di diventare un tizio stupido ed è proprio un libro da te. Insomma è come se avesse preso cose di te per tenerle vicino, una sorta di sensibilità fraterna che si è moltiplicata nel ricordo, nei tuoi libri e nel dolore. Un Antigone al maschile del XXI secolo (questa l’avresti adorata, confessalo).

Non sono riuscita a non piangere ogni volta che si metteva di profilo era come vederti comparire nei suoi connotati e lui mi ha detto ma come mi sono messo il mio sorriso più bello per incontrarti. E poi abbiamo riso concordando che avresti detestato Renzi e io lo so che avremmo litigato su questo, che avresti compreso alcune cose ma mai, mai ti sarebbe piaciuto: troppo privo di malinconia, troppo veloce per la tua meticolosa dedizione.

Le parole sono importanti per esempio e se passasse questa legge, che tu avresti criticato sul piano del diritto, mi diresti che non posso andare da lei e dirle: vuoi sposarmi? Perche’ questa frase anche se passa questa legge non la potrò dire e tu la pensi come lei. Non ti basterebbe la sostanza, vorresti anche la formalità da bravo avvocato. E litigheremmo sull’aspetto politico di non perdere questa occasione, non lo coglieresti faresti no no no con la testa, ma mi vorresti bene lo stesso. Lo so. Tanto di notte ti darei ragione e ti direi che pero’ dobbiamo fare un passo avanti e anche tu di notte mi daresti ragione.

Ho pianto. Ho pianto perché mi manca la tua intelligenza, anche quando sembravi un’idiota. E mi manca anche quella tua gigantesca fragilità che a volte generava fughe e arresti, le cose che io non comprendevo perché non esisteva scappare, non esisteva fermarsi. E mi facevi incazzare, disperdere pazienza, detestarti. Che idiota che ero che scambiavo la prepotenza per coraggio e lo stare fermi per ozio.

Mi manca quel viaggio di ritorno da Zurigo in cui guidavo la Panda Setteecinquanta e ti dettavo pezzi di libro che parlavano di te e tu li scrivevi sul cellulare e me li mandavi per sms, una specie di circuito chiuso letterario racchiuso tra alpi, laghi e lunghissimi trafori che ti inquietavano. Quando finisce questo Gottardo, quando finisce.

Amica mia. Mi manchi. Lei ti sarebbe piaciuta tanto e la stanza che abbiamo a Napoli sarebbe stata perfetta per venirci ogni tanto a studiare. Hai visto che bel gol ha fatto Florenzi?

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